aprile 2017
L’ITALIA RICICLA SOLO IL 10% DEI RIFIUTI IN EDILIZIA.
COMUNICATO STAMPA
foto Cemento armato, mattoni, telai delle finestre, vetro, cavi del circuito elettrico, tubazioni, ceramiche, asfalto. Sono solo alcuni dei molti materiali che si ricavano dal settore delle costruzioni e delle demolizioni edilizie e che potrebbero rappresentare una vera miniera di nuova materia prima se solo venissero avviati al recupero e al riciclo in modo corretto. Invece in Italia - secondo le stime non ufficiali - si ritiene che quasi il 90% dei materiali provenienti dal settore edilizio finisca in discariche illegali, oppure venga smaltito in modo indifferenziato in discarica o comunque sfugga alle maglie della filiera del riciclo.
Si tratta di un problema grave che danneggia pesantemente l’ambiente, penalizza la filiera legale e l’economia delle imprese virtuose.

Eppure le soluzioni per un deciso di cambio di passo sono non solo auspicabili, ma anche praticabili in tempi rapidi. Le proposte delle associazioni del settore vanno dall’utilizzo dei macchinari di lavorazione degli inerti presenti in migliaia di cave italiane per trasformare i materiali da demolizione in materiali immediatamente riutilizzabili nell’edilizia; alla creazione di un network tra le imprese della filiera per collaborare sulle soluzioni tecniche e per coordinarsi sulle razionalizzazioni economiche; fino alla accelerazione dell’adeguamento normativo necessario a dare slancio all’economia circolare.

Sono queste le proposte che emergono dal convegno “Edilizia e Infrastrutture: i rifiuti come materie prime” che si è tenuto oggi (9 marzo 2017) alla Camera dei Deputati organizzato dalla Commissione Bicamerale d’inchiesta sui rifiuti e dal Centro Materia Rinnovabile, al quale hanno preso parte, oltre a esponenti del settore e delle imprese, anche il Ministro dell’Ambiente Gianluca Galletti; il Presidente della Commissione d’Inchiesta sui rifiuti Alessandro Bratti; Mariano Grillo, direttore generale del ministero dell’Ambiente; Gianni Silvestrini del Centro Materia Rinnovabile; il Sostituto Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione, Pasquale Fimiani; Renato Gavasci del Consiglio superiore lavori pubblici.

“L’incontro di oggi”, spiegano dal Centro Materia Rinnovabile, “va visto come l’avvio di un processo virtuoso che dovrà portare a sanare questa falla nel nostro sistema di recupero dei rifiuti e intraprendere un necessario rilancio del settore in chiave di economia circolare.

Ma vediamo nel dettaglio di quale fenomeno stiamo parlando. Il comparto dei rifiuti provenienti da demolizione e costruzioni vale circa un terzo del totale dei rifiuti speciali.

In Europa parliamo di 820 milioni di tonnellate di rifiuti, la voce più rilevante su una produzione totale di rifiuti pari a circa 2,5 miliardi di tonnellate.
Quello che emerge chiaramente in Italia è che la quota di lavorazione in nero sfalsa del tutto i dati. Le stime ufficiali (Eurostat 2012) parlano di 53 milioni di tonnellate di rifiuti e di un riciclo che viaggia attorno al 70%. I Paesi Bassi, con una popolazione oltre quattro volte minore della nostra, registrano 81 milioni di tonnellate da costruzione e demolizione, la Germania 197 milioni, la Francia 247 milioni, il Belgio 24 milioni, la Gran Bretagna 100 milioni.

E’ credibile che in Italia ci sia un movimento pro capite di materiali in edilizia 6 volte inferiore a quello dei Paesi Bassi? Evidentemente no. Vediamo di capire quali sono le criticità principali della filiera del recupero degli inerti nel nostro paese.

Il nodo della burocrazia:

Il sistema di censimento dei rifiuti da costruzione e demolizione funziona in base a una procedura molto complessa. Le regole cambiano per tipologia di impresa, i codici Cer vengono definiti dopo almeno quattro passaggi di ‘stato’, i modelli Mud sono anch’essi poco chiari. Inoltre, i rifiuti edili che vengono riutilizzati necessitano di analisi, mentre quelli che vanno in discarica non devono sottostare a nessuna procedura costosa. Una norma che finisce per mettere fuori mercato le pratiche virtuose delle piccole imprese che fanno mini ristrutturazioni: il costo delle analisi per riciclare gli scarti prodotti è molto maggiore del costo della discarica.

Il peso dell’illegalità:

Il riflettore più luminoso va puntato sul far west nel settore delle ristrutturazioni edilizie e della concorrenza sleale da parte delle imprese che lavorano in nero, con manodopera straniera, spesso poco qualificata. In gran parte i piccoli lavori vengono effettuati da “imprese” che tali non sono e che hanno il vantaggio economico di non sottostare ai costi contributivi e per la sicurezza, che invece vengono sostenuti dalle imprese regolari. Ciò ha anche pesanti ricadute sul fronte dell’industria del riciclo, dal momento che nella maggioranza dei casi i rifiuti prodotti vengono abbandonati letteralmente per strada in una miriade di discariche illegali.

La concorrenza delle cave:

In Italia, grazie anche alla particolare conformazione geologica e morfologica del territorio, sono attive oggi circa 4.800 cave che estraggono materiale a buon mercato, mentre circa altre 12mila sono quelle ‘a riposo’ o definitivamente chiuse. L’impresa di costruzione considera quasi automatico rivolgersi all’acquisto e all’impiego di materiale naturale, anziché di aggregato riciclato. Nel resto d’Europa l’atteggiamento delle imprese costruttrici è diverso, sia per scarsità di siti estrattivi che per cultura al reimpiego di materiali da costruzione e demolizione.

Secondo i dati forniti nel Rapporto Cave di Legambiente, “le entrate degli enti pubblici dovute all’applicazione dei canoni sono ridicole in confronto ai guadagni del settore. Il totale nazionale di tutte le concessioni pagate nelle Regioni, per sabbia e ghiaia, arriva nel 2015 a 27,4 milioni di euro. Si tratta di cifre ridicole rispetto a oltre 1 miliardo di euro l’anno ricavato dai cavatori dalla vendita”. Se si adeguassero i canoni italiani agli standard della Gran Bretagna entrerebbero nelle casse pubbliche 545 milioni aggiuntivi all’anno.

Ritardi legislativi:

I decreti end of waste, che stabiliscono il confine tra i materiali che vanno considerati rifiuti e quelli che possono essere immediatamente riutilizzabili, sono in ritardo e ogni Regione li applica a modo suo. Inoltre la normativa sulla “concorrenza”, cioè sulle cave, è in clamoroso ritardo.

Mentre Paesi come l’Olanda, il Belgio, la Germania raggiungono o sfiorano il 90% di materiali edili recuperati, in Italia – secondo i dati Uepg (Union Européenne des Producteurs de Granulats) – la capacità di recupero sfiora a malapena il 10%. Arrivare al 70% reale di riciclo di materiali di recupero significherebbe poter chiudere almeno 100 cave di sabbia e ghiaia per un anno.

Eppure un cambio di passo è possibile, come hanno spiegato le organizzazioni di settore presenti al convegno. Una proposta potrebbe essere quella di utilizzare i macchinari di lavorazione degli inerti presenti nelle 4.800 cave attive, per trattare e trasformare i materiali che vengono dalle demolizioni del settore edile. Si tratterebbe insomma di trasformare le cave in centri per il riciclo. E’ necessario poi lavorare alla creazione di un network tra le imprese della filiera per collaborare alle soluzioni tecniche, per coordinarsi sulle razionalizzazioni economiche e sull’adeguamento normativo, indispensabile per dare slancio all’economia circolare, a partire dai decreti end of waste e dalla loro applicazione uniforme sul territorio nazionale.


Riceviamo e volentieri pubblichiamo.
Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti

 
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