aprile 2017
IL SEME E' VITA, STORIA E SOVRANITA' ALIMENTARE (2)
SALVIAMO LA BIODIVERSITA', NON BREVETTIAMOLA
foto “Per fare un tavolo ci vuole un seme”, cantava Sergio Endrigo per raccontare come i semi siano alla base di tutto e per questo non possono essere proprietà esclusiva di pochi.

Secondo Slow Food, i semi devono essere considerati un bene comune: perché sono elementi essenziali alla sopravvivenza del pianeta, e mettere la sopravvivenza del pianeta in mano a poche aziende significa dare loro un potere infinito, che supera quello di qualsiasi capo di Stato. È questo lo spirito alla base di Seminiamo la biodiversità, il progetto che vede uniti Slow Food, Eataly, Università degli Studi di Palermo e Arcoiris (Modena).

Alcuni dati per chiarire come il comparto sementiero sia diventato vitale per le grandi multinazionali. Negli anni Settanta il settore era formato da oltre 7000 aziende. A partire da quel momento, attraverso ondate di fusioni e acquisti, il numero di aziende di settore è drasticamente diminuito: oggi il mercato dei semi è concentrato nelle mani di pochissime aziende. Nell’Unione Europea, ad esempio, il 75% del mercato delle sementi di mais è controllato dalle prime cinque compagnie del settore (Pioneer, KWS, Bayern-Monsanto, Vilmorin, Syngenta), così come l’86% del mercato della barbabietola da zucchero e il 95% degli ortaggi.

Le comunità contadine di tutto il mondo, da 10.000 anni, selezionano e producono sementi e se le scambiano fra loro. Selezionare e produrre semi significa assicurarsi la possibilità di avere un buon raccolto nell’anno successivo (quindi la sovranità alimentare e l’indipendenza economica) e conservare la biodiversità. Primo anello della catena alimentare, i semi, al pari di una lingua o di un patrimonio gastronomico, sono l’espressione di culture e conoscenze che hanno radici profonde nel territorio d’origine.

La trasformazione del comparto agricolo in agro-industriale ha profondamente cambiato questo sistema. L’agricoltura industriale, che ha bisogno di uniformità e di resa, ha ridotto nettamente il numero di varietà coltivate e vendute e ha concentrato in poche mani il controllo dei semi. Le varietà moderne sono create in laboratorio e non più grazie alla capacità di osservazione e all’esperienza dei contadini. Così, delle 80.000 specie commestibili utilizzabili a scopo alimentare oggi se ne coltivano 150 di cui soltanto 8 sono commercializzate in tutto il mondo. Secondo la Fao il 75% delle varietà vegetali è ormai perso irrimediabilmente.



Le stesse compagnie che detengono il controllo delle sementi (sia ibride sia geneticamente modificate), inoltre, sono leader nella produzione di input chimici quali diserbanti, pesticidi e in molti casi fertilizzanti. Esiste quindi un intreccio indissolubile fra chi produce semi e chi produce erbicidi e insetticidi.

Al contrario, l’agricoltura contadina di piccola scala si è sempre basata su una grande biodiversità. Le varietà autoctone o locali selezionate dai contadini di anno in anno si sono adattate sempre meglio al suolo e al clima dei loro territori, riducendo il bisogno di input esterni (fertilizzanti e pesticidi), e diventando più resistenti agli stress ambientali. Senza tralasciare la stretta connessione alla cultura delle comunità locali (usi, ricette, saperi, dialetti). Insomma, rappresentano un modello di agricoltura diverso, finalizzato alla produzione di cibo per le comunità e non esclusivamente alla produzione di merci per il mercato globale.

Le sementi tradizionali – a differenza degli ibridi commerciali - non hanno bisogno di essere riacquistate ogni anno, però richiedono un po' di tempo e abilità per essere selezionate dal raccolto della stagione ed essere conservate per l'anno successivo. Oggi i giovani che tornano all'agricoltura, e che ci tornano convinti e competenti, stanno re-imparando a farsi le loro sementi. E così piano piano, in alcune aziende agricole torna una biodiversità che non si trova più nella maggior parte dei negozi di sementi. E’ quindi nostro dovere e nostra responsabilità preservare il patrimonio di diversità biologica e culturale rappresentato dai semi e tutelare il diritto dei contadini di selezionare, riprodurre e scambiare con altre comunità i propri semi.

«Continua a piantare i tuoi semi, perché non saprai mai quali cresceranno», Albert Einstein.


Per seguire lo sviluppo del progetto www.eataly.it e www.slowfood.it
Uffici stampa: Slow Food: v.musso@slowfood.it - Eataly: s.milvo@eataly.it

 
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