ottobre 2017
STELLE E ANIMALI DEI FONDALI MARINI
OLOTUROIDEI
Tra gli Echinodermi, gli Oloturoidei rappresentano forse gli animali più atipici e buffi. Il loro corpo è allungato e cilindrico e da questo deriva il loro nome comune “cetrioli di mare”; in alcuni casi la forma dell’animale è breve e tozza, come in Stichopus filippini che è solo 2,5 centimetri di lunghezza; in altri sottile e vermiforme e, se stirato, può raggiungere più di 1 metro di lunghezza come in Ophiodesoma spectabilis, comune sui fondali sabbiosi poco profondi delle Hawaii.

La simmetria pentaraggiata tipica degli Echinodermi è poco riconoscibile, esternamente è testimoniata solo dalla presenza di cinque file longitudinali di pedicelli, di cui tre sul lato ventrale e due su quello dorsale. La bocca e l’ano si trovano alle due estremità del corpo. La zona orale è circondata da una corona di pedicelli modificati che vengono chiamati tentacoli; molto spesso queste strutture sono notevolmente ramificate e costituiscono una sorta di chioma arborescente di dimensioni anche cospicue (fino ad un terzo della lunghezza del corpo).

I tentacoli vengono utilizzati per raccogliere il cibo; la loro forma varia a seconda delle modalità di alimentazione e in base ad essa vengono distinti gli ordini di questa classe. I dendrochiroti sono filtratori, si nutrono quindi di plancton e piccoli organismi che rimangono invischiati nel muco che ricopre i lunghi e numerosi tentacoli arborescenti; una volta catturato il cibo con questa “rete da pesca” l’animale si “ciuccia le dita” inserendo ciascun tentacolo all’interno della bocca e ingerendo la preda.

Appartengono a questo ordine alcune bellissime e variopinte specie Indopacifiche come Pseudocolochirus axiologus (detta anche “mela di mare”) e Pseudocolochirus violaceus, nonché i generi Cucumaria e Thyone presenti anche nel Mediterraneo (come ad esempio Cucumaria planci e Thyone fusus, caratterizzato dalla buffa forma a limone quando contratto). Gli Aspidochiroti hanno tentacoli brevi a forma di foglia o scudo che vengono usati per dragare e scavare nel fondo molle alla ricerca di frammenti organici di cui si nutrono; possono anche ingerire direttamente la sabbia e “filtrarla” nel tubo digerente espellendo poi la parte inorganica.

Fanno parte di questo gruppo la maggior parte delle oloturie che si vedono a pochi metri di profondità nei nostri mari (quasi tutte appartenenti al genere Holoturia, come Holoturia tubulosa). Nell’ordine degli Apoda (così chiamati perché privi di pedicelli evidenti lungo il corpo) i tentacoli sono digitiformi e il loro numero non è elevato; si nutrono di detrito e particelle organiche che ricoprono i substrati duri. I membri della famiglia Synaptidae, come la lunga Euapta godeffroyi o la stessa O. spectabilis, sono spesso chiamati dagli anglosassoni “Medusa worms” proprio a causa della somiglianza di questi animali con un verme dotato della testa di Medusa, la donna mitologica che aveva serpenti al posto dei capelli. Poiché mancano di pedicelli, in questi animali gli scambi respiratori avvengono anche attraverso la pelle che infatti è solitamente molto sottile.

Gli Oloturoidei sono tipicamente bentonici, tuttavia in questa classe si trovano gli unici casi di Echinodermi pelagici, come ad esempio la strana Pelagothuria natatrix, il cui corpo ricorda un po’ quello di un calamaro. I membri di questa classe sono diffusi dalle acque costiere fino agli abissi e popolano ogni tipo di fondale, il loro corpo non irrigidito da un voluminoso sistema scheletrico permette infatti di abitare svariati tipi di habitat: alcuni si incuneano fra le rocce, altri strisciano fra le praterie di alghe e piante marine, altri si infossano nella sabbia e nel fondo melmoso e altri ancora sono in grado di nuotare.

Il movimento avviene grazie alla contrazione dei muscoli (soprattutto longitudinali) che si trovano nella parete corporea: l’onda di contrazione parte dalla zona anale e si muove in direzione anteriore, permettendo all’oloturia di strisciare come un lombrico; alla locomozione partecipano comunque anche i pedicelli e, nel caso questi siano assenti (come negli Apoda), i tentacoli. Nelle forme pelagiche la locomozione e il galleggiamento degli animali sono permessi da tentacoli palmati, come quelli di P. natatrix, che probabilmente si muove nelle profondità oceaniche nuotando come un calamaro. Gli oloturoidei che si nutrono di plancton non effettuano grandi spostamenti, poichè, visto il sistema di alimentazione, non devono andare in giro a cercare il cibo; al contrario le specie detritivore si muovono in continuazione e contemporaneamente continuano a sondare il substrato, tanto che i loro solchi sono infatti comunemente visibili nei fondali sabbiosi.

Come la maggior parte degli Echinodermi, gli Oloturoidei sono a sessi separati ma non mancano le specie ermafrodite in cui lo stesso individuo produce contemporaneamente uova e spermatozoi, cioè è simultaneamente maschio e femmina, oppure essere prima di un sesso e poi dell’altro. I gameti vengono rilasciati in mare dove poi avviene la fecondazione. Come già visto in altri Echinodermi, nelle zone gelide e povere di cibo come l’antartico alcune specie attuano una sorta di cure parentali: le uova fecondate sono trattenute dai tentacoli e tenute vicino al corpo, dove a volte ci sono delle vere e proprie sacche incubatrici. Caso particolare è quello dell’ermafrodita simultaneo Synaptula hydriformis che è anche viviparo: le uova fecondate infatti vengono trattenute in una cavità corporea interna e i giovani vengono “partoriti” solo successivamente.

Gli Oloturoidei sono preda di diversi animali come tartarughe, crostacei e molti pesci. Se si escludono i tentacoli e i pedicelli, sul corpo di un’oloturia non ci sono altre appendici esterne che possano essere vulnerabili ai predatori. L’animale viene quindi solitamente ingerito intero o ne viene morsicato un pezzo; in quest’ultimo caso possono esserci fenomeni di rigenerazione, come avviene nella famiglia Sinaptidae dove la porzione cefalica può ricostruire la porzione mancante. A dispetto dell’aspetto totalmente inerme sono svariati i meccanismi di difesa che un’oloturia può utilizzare per difendersi dai predatori. Innanzitutto le appendici esterne come i tentacoli possono essere prontamente retratte non appena stimolate così da ridurre la possibilità di essere mangiate.

Il corpo relativamente molle e i potenti muscoli longitudinali permettono all’animale di contrarsi notevolmente tanto da diventare un barilotto piuttosto coriaceo che risulta difficile da attaccare. Forme più “attive” di difesa comprendono la già citata autoeviscerazione, in cui l’oloturia, quando toccata, espelle violentemente il tubo digerente; in alcuni casi insieme all’intestino vengono espulsi anche degli organi particolari detti tubuli di Cuvier, che producono una sostanza adesiva che permette di imbrigliare o quantomeno spaventare il predatore. Alcune oloturie sono anche in grado di produrre tossine, come l’oloturina; come è noto agli amanti dell’acquariofilia questa sostanza provoca facilmente la morte dei pesci che si trovano nella stessa vasca dell’oloturia. La sua azione è piuttosto specifica perché l’effetto mortale si verifica in genere solo sui pesci e non sugli invertebrati.

Questa proprietà è sfruttata da alcune popolazioni indigene indopacifiche che, dopo aver estratto la sostanza dal corpo dell’animale, la usano per stordire i pesci che vengono poi pescati. Una delle specie più tossiche è Bohadschia ardui, comune sulle barriere indopacifiche, che, se disturbata, espelle i tubuli di Cuvier contenenti la tossina ed è in grado di uccidere tutti i pesci di un acquario in pochi minuti. Altre specie tossiche sono Actinopyga agassizi, diffusa nelle Bahamas e nei Caraibi, e le “mele di mare” Pseudocolochirus axiologus e Pseudocolochirus violaceus, delle quali persino i gameti sono tossici.

Gli oloturoidei hanno un importante ruolo ecologico; le specie scavatrici permettono un continuo rimescolamento del substrato che garantisce un’appropriata ossigenazione e un ricircolo dei nutrienti e dei minerali nei vari strati del fondo.



Testi tratti parzialmente dalla collana “Atlante degli animali” del Corriere della Sera, anno 2006.
Gianluca Ferretti e Michela Sugni

 
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