dicembre 2017
STELLE E ANIMALI DEI FONDALI MARINI: OFIUROIDEI
Le ofiure assomigliano alle stelle di mare nel fatto che anch’esse possiedono una forma vagamente stellata; differiscono da queste però perché hanno in genere braccia piuttosto sottili, a sezione rotondeggiante e nettamente distinte dal corpo centrale. Quest’ultimo può presentare forma discoidale, pentagonale o stellata ed è solitamente di piccole dimensioni (1-2 centimetri) anche se in alcune specie (come le stelle canestro) supera i 10 centimetri.

La superficie superiore del disco può essere “nuda” o rivestita da granuli o da piccole piastre calcaree che gli conferiscono un aspetto coriaceo. Le braccia, nella maggior parte delle specie in numero di cinque, sono lunghe e sinuose; quando l’animale si sposta sul fondo il loro movimento ricorda quello caratteristico dei serpenti, da cui deriva il nome comune di questi Echinodermi, cioè “stelle serpentine”. Questo nome è particolarmente appropriato per quelle specie che hanno braccia lisce, come Ophioderma longicaudum, comunissima nei nostri mari. Nel genere Ophiotrix, invece, ai lati delle cinque braccia si trovano numerosi aculei che nel complesso conferiscono all’animale un aspetto spinoso.

In alcune specie le braccia subiscono molte ramificazioni così da avere una aspetto finale arborescente. Queste ofiure, chiamate “stelle canestro” e appartenenti alle famiglie dei Gorgonocefalidi ed Euryalidi, possono essere facilmente confuse con alghe a causa del loro curiosissimo aspetto: le numerosissime braccia formano un intreccio aggrovigliato di appendici anche sottilissime, che a volte mascherano il corpo stesso dell’animale. Le stelle canestro sono le più grandi fra gli Ofiuroidei.

Nel Mediterraneo Astrospartus mediterraneus può raggiungere i 40 centimetri di diametro; di giorno questa specie poco amante della luce, rimane con le braccia raggomitolate verso il corpo mentre al calar delle tenebre si sposta in luoghi esposti, come su gorgonie o su rocce sporgenti, dove distende la sua rete di braccia per catturare i minuscoli microrganismi planctonici di cui si nutre. Nella specie atlantica Gorgonocephalus stimpsoni le braccia possono raggiungere la lunghezza di 70 centimetri con un disco centrale di oltre 14 centimetri.

La bocca, di forma stellata, è situata al centro del lato ventrale ed è circondata da cinque spesse mascelle che presentano un margine orlato da dentelli appuntiti. Unici fra gli Echinodermi, gli Ofiuroidei presentano uno stomaco sacciforme a fondo cieco: mancano quindi di un ano e l’unica apertura serve sia per ingerire il cibo che per espellere gli scarti. In genere lo stomaco occupa solo il disco, ma nella specie indo-pacifica Ophiocanops fugiens esso si estende anche nelle braccia.

Sono animali diffusi in tutti i mari, dai poli ai tropici e dalle zone costiere alle piane abissali e persino nelle fosse oceaniche: esemplari di ofiure sono stati osservati nella fossa di Bourgainville, a circa 8.000 metri di profondità. Occupano ogni tipo di habitat marino. Ci sono specie che si infossano nel fango o nella sabbia, come i membri della famiglia Amphiuridae, e specie che strisciano tra le rocce e le alghe e si nascondono nelle fessure o sotto ai sassi (come fa la comunissima Ophioderma longicaudum nel Mediterraneo).

Molte ofiure vivono in stretta associazione con spugne, coralli o anche altri echinodermi e alcuni esemplari sono stati trovati attaccati a masse galleggianti di kelp. Come tutti gli Echinodermi le ofiure occupano esclusivamente ambienti marini, tuttavia ci sono alcune specie come Ophiura albida e Ophiophragmus filegranus che possono tollerare le acque salmastre e vivere nei pressi degli estuari, dove la salinità è ridotta a circa un terzo.

I meccanismi di alimentazione sono piuttosto diversificati all’interno di questa classe, i cui membri si nutrono spesso di diversi tipi di cibo e sono in grado di utilizzare più di un sistema di alimentazione. Molti sono prevalentemente carnivori-detritivori, si nutrono cioè di piccoli microorganismi e animaletti nascosti tra i materiali detritici che l’animale seleziona con i pedicelli boccali, probabilmente dotati di capacità gustative. Le prede di grosse dimensioni possono anche essere catturate direttamente con le braccia, che si avvolgono intorno ad esse; in alcuni casi lo stomaco può essere estroflesso come accade nelle stelle e il cibo viene predigerito esternamente.

Esistono anche specie sospensivore, come quelle del genere Ophitrix, che sono dotate di lunghe spine laterali e lunghi pedicelli; per nutrirsi piegano verso l’alto la porzione finale delle braccia che vengono poi lasciate fluttuare nella colonna d’acqua. I pedicelli delle braccia secernono un muco vischioso e filamentoso che forma una sorta di rete con cui vengono raccolte le particelle sospese in acqua. Una volta catturate queste vengono prelevate dai pedicelli che convogliano palline di cibo e muco verso la bocca. Questo sistema permette all’animale di tenere il resto del corpo nascosto sotto la sabbia e lasciar spuntare solo la punta delle braccia. Alcune specie, come Microphiopholis gracillima, sono anche in grado di assorbire direttamente il materiale organico dissolto nell’acqua.

Ai lati della base di ciascun braccio si trovano due fessure che si aprono internamente in strutture sacciformi chiamate burse; queste servono sia per la respirazione (al loro interno avvengono gli scambi dei gas respiratori) che per la riproduzione. I gameti vengono infatti rilasciati nelle burse da cui poi sono solitamente immessi in mare dove avviene la fecondazione. In alcuni casi si osserva un evidente dimorfismo sessuale: nella specie Amphilicus androphorus, diffusa nel Mar Rosso e nell’Oceano Indiano, il maschio è molto più piccolo della femmina a cui spesso si aggrappa.

Una situazione simile e particolarmente curiosa si verifica nella piccolissima Ophiodaphne formata diffusa nelle acque giapponesi: il maschio si aggrappa con la bocca e le braccia alla femmina, che è cinque volte più grande lui (il disco è 1 millimetro nel primo e 5 millimetri nella seconda); questa a sua volta si aggrappa al dollaro della sabbia Astriclypeus manni che se li porta in giro e con cui i due amanti stabiliscono una simbiosi mutualistica (entrambe le specie traggono cioè vantaggio dallo stare insieme). In realtà sembra che il comportamento osservato tra i due sessi dell’ofiura, cioè lo stare aggrappati, non sia legato solo a scopi riproduttivi.

Esistono inoltre diverse specie ermafrodite che praticano anche delle cure parentali: le uova fecondate si sviluppano all’interno del corpo materno, solitamente nelle burse che quindi funzionano da sacche incubatrici. Amphipholis squamata è in grado di far sviluppare diversi embrioni all’interno di ciascuna bursa e i giovani vengono nutriti dalla madre. Infine ci sono una cinquantina di specie che alternano la riproduzione sessuale con fenomeni di fissione. Queste ofiure hanno in genere 6 o più braccia e si dividono spontaneamente in due parti ciascuna delle quali rigenererà la porzione mancante.

Come già osservato negli Asteroidei, nella maggioranza di queste specie la strategia riproduttiva asessuata (la fissione) è associata ad una ridotta taglia corporea, mentre quella sessuata viene solitamente impiegata dopo che un individuo raggiunge una certa taglia.
Diverse specie di ofiure sono bioluminescenti, sono in grado cioè di emettere luce. È stato dimostrato che le specie notturne Ophiopsila riisei e Ophiopsila californica emettono flash luminescenti dalle braccia come segnale di avvertimento per spaventare eventuali predatori quali i crostacei.

Le ofiure mostrano diverse risposte alla luce: alcune scappano, altre hanno abitudini prettamente notturne, altre cambiano colore, altre ancora mostrano una relativa indifferenza. La specie Ophiocoma wendtii è altamente fotosensibile e cambia colorazione da marrone scuro durante il giorno a grigio e nero durante la notte.

Specie velenose
Gli incontri ravvicinati con stelle e, soprattutto, ricci di mare sono spesso poco piacevoli: le loro spine possono essere infatti molto fragili e rimanere conficcate nel corpo di un incauto bagnante che vi si appoggia. In alcune specie le stesse spine, o anche alcune pedicellarie modificate sono vere e proprie armi da guerra poiché possono contenere sostanze tossiche. Tra le stelle di mare l’esempio sicuramente più noto di specie velenosa è quello della stella corona di spine; A. planci possiede infatti spine acuminate in cui sono presenti cellule ghiandolari in grado di produrre svariate tossine. Nell’uomo queste possono causare un forte dolore e un’evidente infiammazione.

Altre stelle potenzialmente tossiche per l’uomo includono alcuni membri del genere Echinaster, Plectaster e Solaster, in grado di provocare dermatiti da contatto. Tra gli Echinodermi i ricci di mare sono però quelli sicuramente meglio attrezzati in quanto ad armi di difesa (sono dolorosi anche se non sono velenosi). Nel riccio Toxopneusteus pileolus le pedicellarie a ventosa servono sia per trattenere piccoli oggetti con cui l’animale si ricopre sia come arma: al centro della ventosa si trova infatti un piccolissimo aculeo con cui viene iniettato un potente veleno.

Le pedicellarie continuano a rilasciare la tossina anche quando staccate dal corpo dell’animale e per questo dovrebbero essere rimosse al più presto. Altre specie di ricci velenosi si trovano nei generi Echinotrix (E. calamaris e E.diadema), Diadema, Phormosoma, Asthenosoma, Araeosoma


Testi tratti parzialmente dalla collana “Atlante degli animali” del Corriere della Sera, anno 2006.
Gianluca Ferretti e Michela Sugni

 
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