giugno 2018
LA TROTA MEDITERRANEA NASCE NELL’ENTROTERRA DI CHIAVARI
Da una piccola struttura ogni anno schiudono centinaia di migliaia di piccole trote, accresciute e immesse alle sorgenti dei torrenti. Incubatoio di valle della FIPSAS, gestito dai volontari Fi.Ma Chiavari.
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Da tanto sentivo parlare dell’incubatoio di Mezzanego, parlando tra i Soci della pescasportiva FiMa Chiavari, che mi raccontavano dell’immenso lavoro svolto ogni anno per portare alle sorgenti la “vera trota”, quella “di un tempo” che nasceva spontaneamente in ogni rivolo d’acqua. Per cui, quasi per caso, giorni fa, percorrendo la provinciale della valle Sturla, giunto a Borgonovo di Mezzanego, ho dato una “sbirciata” nel vicolo del “borgo vecchio” per vedere se l’impianto fosse aperto, e notata la piccola porta spalancata, mi sono detto, devo provare e se sono fortunato trovo Umberto.

Infatti con mio immenso piacere, appena imboccato il sentiero che costeggia il torrente Mogliana, vedo il glorioso Presidente, intento a spurgare il canale, che avvicinandosi mi saluta, e senza che lo chiedessi, mi dice: Sei venuto a vedere le mie “piccine”… Mi accompagna dentro e rimango esterrefatto dall’immensa quantità di pesce stoccato nelle vasche di cemento. Piccolissime appena poco più di avannotti, ma suddivise in bell’ordine, con grate amovibili e tanta acqua. Sopra alle strette vasche in cemento, sorgono scaffalature con sovrapposte le avanottiere in alluminio, tutto pulito ed in ordine, fa anche un bel vedere.

Chiedo a Righi: quanti sono i pesci nelle vasche?
“Circa 70.000, quest’anno siamo partiti con appena 100.000, una parte le abbiamo immesse da avannotto alle sorgenti di alcuni affluenti dello Sturla, ma troppa acqua e neve, per cui ci siamo fermati; altre pochi giorni fa le abbiamo portate ad Imperia nel torrente Argentina, queste invece come vedi sono già 3-4 centimetri e divise in vasche e per bacino, andranno in Trebbia, in Aveto, e la rimanenza in alcuni affluenti dello Sturla. Ma dobbiamo sfoltirle ancora, per cui dalla prossima settimana inizieremo a distribuire buona parte di trotelle delle vasche Sturla nei ruscelli del Parco dell’Aveto versante tirrenico, monti Penna/Aiona.

L’impianto si fermerà a fine giugno, per cui tutto il pesce andrà a destinazione entro tale data. Tutto il prodotto viene distribuito seguendo precisi accordi con la Regione, con tanto di certificati ASL per trasporto e verbali di semina, tutto catalogato e a norma come ci impongono le leggi. Questo impianto è dichiarato indenne (vedi nota 1), per cui certificato, avessimo potenzialità finanziarie potremmo triplicare le quantità prodotte; a 300.000 ci siamo già arrivati, ma si potrebbe raddoppiare ulteriormente facendo due cicli di schiusa, distribuendo le prime 300.000 come avannotto, per avere l’impianto disponibile per il secondo carico di uova; e con opportune vasche di accrescimento e stabulazione esterne anche situate in altra area, potremmo allevare le nostre trote di ceppo autoctono (le mediterranee) sino a creare riproduttori, spremerli e completare il ciclo… ma per il momento restano solo mie fantasie……”
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Raccontami da quanti anni lavora questa struttura, non mi sembra nuova?
“Infatti non è nuova, l’abbiamo ristrutturata nel 2009, rifacendo il tetto, totalmente crollato, ma l’impianto era stato costruito nel 1954/1955 dalla FIPSAS di Genova, ed usato per allevare la fario che veniva immessa in tutto il bacino dello Sturla.

Ma è una lunga storia, che sarebbe interessante poter riportare alla luce, infatti sto cercando tramite alcuni anziani soci FI.MA alcune vecchie carte….ma è un lavoro certosino deve essere fatto con calma; quello che si raccontava, ma non l’ho vissuto direttamente, l’impianto funzionava ancora prima della costituzione della Fi.Ma Chiavari, gestito dai pescatori del “borgo”, poi affiancati dai dirigenti Fi.Ma (che erano anche Consiglieri FIPS) gestendolo per diversi decenni, almeno sino quando Fipsge gestiva le acque di Sturla, Lavagna, Aveto, Trebbia.

Mi ricordo che esisteva anche un incubatoio Fipsas in Val Fontanabuona (Neirone) da cui abbiamo recuperato nel 2009 parte di avanottiere e dovrei ancora avere in cantina la vecchia insegna. Meraviglioso sarebbe l’impianto in Val Trebbia, al momento chiuso, totalmente da ristrutturare, compreso le vasche esterne……sarebbe importante poterlo riavviare…, ma anche questo per il momento è solo un sogno…”

Ma veniamo ad oggi, raccontami come funziona l’impianto?
“Cerco di farla breve: a febbraio dal fornitore arrivano le uova di trota mediterranea (certificate), sono già fecondate e mature per la schiusa, per cui solitamente nel giro di pochi giorni iniziano a schiudere. Le posizioniamo nelle vasche di alluminio (che vedi ora sovrapposte sullo scafale), all’interno del trogolo reticolato, che sfruttando un ricircolo d’acqua ossigena tutte le uova.

Questa è una fase delicata e la nostra presenza deve essere costante, infatti ci alterniamo le incombenze io e il mio collega Ezio Lombardini, ambedue Consiglieri della Sezione FIPSAS di Genova. Posso garantire che occorre tanta passione, un lavoro noioso nell’umido e nel freddo. Prima, durante e dopo la schiusa occorre togliere tutti i gusci vuoti e le uova bianche (morte), per evitare che infettino quelle sane.

Solitamente nel giro di un paio di settimane le uova schiudono tutte, per cui anziché passare 4-5 ore a testa e al giorno nell’impianto, riusciamo organizzandoci ad alternarci dedicando 2 ore circa al giorno a pulire gli avannotti, togliendo quelli storti o morti.
Si procede cosi per circa 20-30 giorni, sino a quando riassorbono il sacco vitellino. Da questo momento una parte va seminata, portandole alle sorgenti alte, dove non vi è pesce altrimenti se le mangiano".

Perché così piccole?
Per mantenere la rusticità viene suggerito di immettere gli avannotti con il sacco vitellino riassorbito, prima ancora che imparino a mangiare il mangime di allevamento, in modo che si adattino subito a cibarsi dei microorganismi che trovano in natura. In passato l’immissione allo stadio di avannotto era ancora più utilizzata di oggi, perché si avevano maggiori problemi a svezzarle.
Oggi con l’evoluzione moderna nei mangimi, anche allevare il ceppo mediterraneo risulta più facile, e lo svezzamento comporta un ridotto numero di perdite.”

Dopo quanto tempo dalla nascita le passate in vasca?
“A trenta giorni dalla nascita iniziano i primi tentativi di alimentazione artificiale, per cui togliamo i trogoli quadrati e le lasciamo circolare nelle vasche rettangolari sempre di alluminio, sfoltendole diciamo di almeno un terzo, sarebbe meglio una metà, portandole alle sorgenti.

Quanto rimane nell’impianto ci impegna non poco, perché la somministrazione del cibo deve essere fatta 2 volte al giorno, mattino e pomeriggio, e con molta calma, per permettere a tutte di mangiare. Va ricordato che ogni giorno occorre spurgare le vasche, togliendo i residui di cibo ed escrementi. In quel frangente si tolgono le morte o storte.
E così si prosegue per 30-45 giorni, arrivando alla taglia di tre centimetri, per cui pronte per essere trasferite nelle vasche di cemento per ulteriore accrescimento”.

L’acqua di alimentazione dell’impianto mi hai detto proviene dal torrente Mogliana, ma in caso di piena come fate?
“Bella domanda, l’acqua del torrente prima di entrare nelle tubazioni dell’impianto passa in una vasca con filtri orizzontali tipo materasso a doppio strato, che fermano le varie impurità, trasformando l’acqua terrosa ad appena torbida.
Il problema si pone se la piena trascina pietre e rami, che possono ostruire la presa del canale, per cui bisogna sempre stare attenti ed essere presenti, anche la notte. Poi passato il picco, si spurga il canale, si puliscono i filtri, la presa, ripristinando tutto……in pratica ore di mano d’opera……per il bene delle nostre piccole amiche che dipendono totalmente da noi.”

Come dicevi, tanta passione; ma siete soli o avete altri aiuti?
“La gestione dell’impianto e tutta in mano nostra di me e di Ezio, siamo ambedue in pensione per cui possiamo permetterci di perdere molte ore della giornata per accudire le nostre piccole “figlie”.
Dopo l’accrescimento bisogna procedere alla distribuzione nelle valli, per cui ci vengono in aiuto i pescatori della FiMa, che conoscono bene le valli e i sentieri del Tigullio, a cui affidiamo le nostre piccole all’interno di secchi e contenitori ermetici gonfiati con ossigeno, per la distribuzione capillare di pochi individui per buchetta. Anche per fare queste operazioni occorrono ore e giorni.
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Tramite l’automezzo FIPSAS con vasche ed ossigeno portiamo il novellame più in alto possibile dove arrivano le strade, il resto del cammino va fatto a piedi, con buone gambe e spalle………per cui tanta passione e collaborazione e questo in ogni più piccola valle. Se nel Tigullio ci sono i soci FiMa, in Aveto abbiamo la collaborazione della società Val d’Aveto, in Trebbia la ASD Trebbia, ad Imperia i pescatori di Taggia, e così via…”

La Regione o gli Enti non vi aiutano?
“Gli Enti nel 2009 ci hanno aiutato a ristrutturare l’impianto che è di proprietà FIPSAS, fornendo dei contributi, hanno partecipato: Fondazione Carige, Provincia di Genova, Comune di Mezzanego, Comunità Montana Valli Aveto-Graveglia-Sturla, Ente Parco Aveto e Comune di Borzonasca, una grossa somma è coperta dalla Sezione FIPSAS di Genova e dalla Sede Centrale di Roma. Dobbiamo ringraziare particolarmente il Comune di Mezzanego che ci segue da vicino aiutandoci come può; per esempio in seguito ad una serie di cedimenti del canale ha sostenuto le spese di riparazione donandoci anche una vasca di stoccaggio esterna.

Oggi con la Regione e Comune di Mezzanego stiamo portando avanti molti progetti, alcuni interessano direttamente l’impianto, altri le acque del bacino dello Sturla, Aveto e Trebbia. Possiamo dire tranquillamente che non ci facciamo crescere l’erba sotto i piedi ma i tempi sono lunghi e spesso progetti ambiziosi restano un miraggio.

Ma un simile impianto non serve alla comunità?
“Quanto noi produciamo viene immesso in acque pubbliche, lo paga la FIPSAS ma va totalmente in acque di pregio, seguendo specifici progetti condivisi ed approvati dalla Regione.
Certamente si potrebbe fare molto di più, ma va considerato che il nostro piccolo impianto attualmente ha un potenziale ridotto, e in valle Sturla esiste l’incubatoio Regionale che fa schiudere annualmente circa 2 milioni di uova di fario atlantica, distribuendole in tutti i corsi d’acqua provinciali escluso i torrenti da noi ripopolati.

Per cui per ora noi affianchiamo la Regione gestendo piccoli porzioni di territorio o interi ruscelli dove abbiamo il monopolio di immissione della mediterranea.
Stando a certe direttive comunitarie, il futuro della pesca vuole la gestione delle valli con pesce nativo del luogo, per cui in quest’ottica voi siete avanti? “A mio parere siamo ancora distanti, c’è molto lavoro da fare. La struttura deve ampliarsi con vasche di stoccaggio esterne, per proseguire l’accrescimento del pesce nell’intero ciclo annuale, o stabulare i riproduttori catturati in valle, con elettro pesca.

A tale scopo l’ultimo tratto di Mogliana è chiuso alla pesca, proprio per consentire l’accrescimento e poi la cattura del pesce immesso per diversi anni. Forse ci arriveremo, è quanto spero; siamo comunque supportati da veterinari e esperti ittiologi, per cui potrebbe essere fattibile, anche se il lavoro sarebbe molto più complicato di oggi. Per il momento accontentiamoci così.”
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Tra gli appassionati pescatori, quello che fate è molto apprezzato, ma avete mai pensato di valorizzarlo come aspetto didattico, portando la vostra esperienza nelle scuole?
“Sì, in alcuni casi abbiamo organizzato come FiMa visite didattiche coinvolgendo i giovani soci oppure tramite le scuole elementari di Carasco.
Abbiamo in progetto con il Comune di Mezzanego di creare un acquario didattico, posizionando alcune vasche contenenti i pesci che popolano i nostri torrenti, in pratica vorremmo ripetere in grande stile quanto fatto alcuni anni fa in occasione di una festa di paese, collegando il percorso didattico a tutte le scuole del Tigullio.
Ma si deve lavorare anche sulla struttura e sulla sicurezza degli accessi: con i bambini si deve prevenire tutto…

Per cui vi aspetta tanto lavoro per il futuro?
“Certamente! L’ostacolo principale sono le dinamiche gestionali, la disponibilità di volontari, e di personale qualificato. Non possiamo credere di dare in mano la gestione dell’impianto a persone sprovvedute, o non preparate e pazienti. Ci vuole tanta passione… forse l’ostacolo principale di tali gestioni è proprio trovare personale adatto.

Gestire un incubatoio non vuol dire solo comprare uova e farle schiudere, ma comprende mille variabili. Ad esempio, nel nostro caso, la ristrutturazione del tetto, la creazione delle vasche interne, l’impianto elettrico, l’impianto idraulico… e tanti altri piccoli lavoretti, sono stati fatti dai soci FiMa, materiale a parte. Per cui si, è vero, io ed Ezio gestiamo l’impianto e siamo costantemente presenti, ma senza l'aiuto dei volontari il nostro lavoro sarebbe inutile… o perlomeno incompleto.


Nota 1
(1) Gli impianti di allevamento ittico riconosciuti “indenni” sono di fatto indenni dalle due più importanti malattie virali dei salmonidi (patologie SEV e NEI) e quindi beneficiano innanzitutto della assenza del danno diretto derivante da queste due malattie ma anche del contenimento di una serie di altre problematiche condizionate dalla presenza dei virus.
Infatti anche nei pesci, così come per le altre specie allevate intensivamente, i virus costituiscono l'elemento di rottura degli equilibri dell'organismo animale, consentendo il successivo verificarsi di infezioni secondarie dovute a microrganismi opportunisti talvolta più dannosi degli stessi virus.

Nell'articolo sulla fario mediterranea che segue, troverete un FOTO-RACCONTO sull'incubatoio di Chiavari ed un VIDEO della FIPSAS sull'allevamento delle trote per il ripopolamento dei fiumi.


(Fotografie dall'Archivio FI.MA e di Umberto Righi)
A cura di Enrico Tranchina

 
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