giugno 2018
ZINO PENSIERO: L'impassibilità e una vita artificiale: Kazou Ishiguro e Luigi Pirandello
“Un maggiordomo di un qualunque valore deve vedersi come appartenere al ruolo che ricopre, totalmente e completamente; non lo si deve vedere metter da parte quel ruolo ad un certo momento, per tornare ad indossarlo di nuovo il momento successivo quasi non fosse niente altro che un costume da pantomima.” (Kazuo Ishiguro, Quel che resta del giorno, p. 187).

Mr Stevens, maggiordomo di Lord Darlington, considera il suo lavoro come una missione totalizzante che riempie di contenuto tutta la sua vita fin nelle pieghe più riposte; e queste pieghe comportano una serie di rinunce, un ridimensionamento del suo stesso essere nel mondo, un completo appiattimento sul ruolo che svolge nella grande, storica casa di Lord Darlington.

Come tutti i fanatici di questo mondo, Mr Stevens non si accontenta di infliggere a se stesso le privazioni sociali, comportamentali, relazionali che lui stesso considera indispensabili per il ruolo di maggiordomo, ma pretende, in una forsennata perversione autoflagellante, che tutti gli altri componenti dello staff della casa si adeguino senza indugio o eccezioni.
Il servizio nella Darlington Hall viene prima di tutto e avanti a tutti.

Perfino quando il padre, che da pensionato è accolto nella casa più per carità filiale che per svolgere un effettivo servizio, sta per morire, Mr Stevens, impegnato in un ricevimento importante, che in contemporanea si sta svolgendo nella Darlington Hall, non si presenta ai piedi del letto del morente: per lui i compiti del maggiordomo sono prevalenti sui poveri affetti dei comuni mortali!
Al suo posto, si trova nella stanzetta del padre morente Miss Kenton, la governante alla quale Mr Stevens rivolge una controllata e imbarazzante attenzione, che sfocia solo nelle intenzionali e volute rinunce e nelle barriere reali e metaforiche che gli impediscono di sviluppare – forse – un normale rapporto sentimentale. Ad un certo punto Miss Kenton si allontana definitivamente dalla Darlington Hall e rientra nella normalità della vita: si sposa ed ha una figlia, che le darà una nipotina.

A distanza di anni, ormai diventata nonna, Miss Kenton incontra Mr Stevens, che si trova impegnato in una breve vacanza, e riconoscerà: “… io mi scopro a pensare al tipo di vita che avrei potuto avere con voi, Mr Stevens. E immagino che mi accada in quei momenti nei quali mi arrabbio per qualche cosa senza importanza e me ne vado. Ma ogni volta che lo faccio, ben presto mi rendo conto che il mio posto è accanto a mio marito.” (Ivi, p. 261).
Forse con queste parole la marmorea ed inscalfibile personalità di Mr Stevenson alla fine si scuote del tutto.

La “normale” vita di Mr Stevenson è in realtà una vita “artificiale”: egli si compiace pirandellianamente di “vedersi vivere” solo nella Darlington Hall; ogni suo comportamento è condizionato dalla sua mente, che detta una serie di regole e costruisce plausibili “parvenze” che determinano la sua quotidianità.
Egli vive in un metaforico convento in cui il suo ruolo sociale, interpersonale è definito dalle sue scelte culturali, da una autoflagellante convinzione che lo spinge nel baratro dell’indifferenza, dell’impassibilità, di una imposta e ripetitiva distanza dalle cose e dalle persone.
Mr Stevens crea coscientemente e razionalmente la sua vita.
Ogni suo gesto, ogni sua azione trova la sua origine nella sua volontà di adempiere con puntuale osservanza al suo compito: la perfezione nel suo lavoro.


Da questo punto di vista, Mr Stevens è un fraterno sodale di tanti, paradossali personaggi pirandelliani, di quei personaggi che costruiscono davanti e attorno a sé stessi un barriera protettiva che serve per distanziare la propria persona, la propria vita dal senso del vivere degli altri: una forma perversa di isolamento dalla storia, dal tempo, dalla famiglia, da tutti: una specie abnorme e viziosa di fuga autoreclusoria, per continuare a vivere in un altrove, che è di fatto consono al proprio dramma individuale, per continuare una forma estrema di protesta velleitaria: chiudersi, per chiudere verso gli altri.

Il padre di Marta Ayala ne “L’esclusa”, per protesta contro la figlia: si chiude in una stanza e non esce, se non da morto. Mattia Pascal: la fuga dalla vita e la creazione di una nuova storia di sé con “la vita inventata”Adriano Meis. Don Ippolito Laurentano: la stasi della storia e il perdurare del regime borbonico nel suo feudo di Colimbetra e nella sua quotidianità. Enrico IV: la falsa pazzia per non incorrere nei ceppi della legge. Vitangelo Moscarda: progressivo allontanamento dalla vita e dalla storia.
Zino Pecoraro (Pubblicato anche su Facebook e su La Sicilia del 1 aprile 2018)

 
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