ottobre 2018
ZINO PENSIERO : Il difficile commiato dell'autore dalla sua opera
Come in ogni forma di creazione artistica, il rapporto tra lo scrittore e il suo prodotto letterario conosce due momenti topici: l’inizio dell’operazione creativa e il commiato definitivo.
Cominciare dal nulla, dall’inesistente, per attraversare la soglia della creatività è di per se stesso periglioso: sono necessarie forti correnti motivazionali, sicure capacità di navigazione e poi, alla fine, soddisfacenti approdi ispirativi.

La scelta dell’argomento costituisce un impegno prioritario, perché deve necessariamente comprendere una congrua dote di originalità.
Lo sviluppo di tutto l’impianto narrativo va incontro ad insidie di ogni tipo e a fasi di indebolimento della volontà realizzativa.
Ben più impegnativa e costellata da incertezze decisionali è la fase del commiato: infatti, è una impresa eroica abbandonare al suo destino una creatura appena nata, ritenere che con i suoi pregi (perché l’autore spesso vede solo i pregi e non affonda la lente di ingrandimento sui relativi difetti!) la neonata creazione artistica possa sfidare le Sirti della critica e dei gusti del pubblico.

Il rapporto tra lo scrittore e le sue opere conosce vicende differenti.
Difficile trovare il fortunato che sappia incedere con scioltezza e con sicurezza negli “alba pratalia”, per seminare il “negro semen” senza incespicare nei tormenti o nelle catene dei dubbi o delle supposte – o vere – imperfezioni, nei variegati atteggiamenti di amore e di odio nei confronti della sua creatura letteraria.
Appare evidente dalla esperienza comune che la figura prevalente di chi crea scrivendo è quella dell’eterno dubbioso, del costante ed indefesso modificatore, del crudele correttore, che annulla il frutto di una lunga e meticolosa ricerca con un ferale colpo di penna o con il tocco leggero sul tasto “canc”.

In questo campo specifico, la variantistica è quella parte dello studio dei testi che si occupa delle scontentezze, dei ripensamenti dello scrittore: insomma, riporta in auge quello che si trova nel “metaforico” cestino oppure che si può recuperare dai fogli sparsi, dai posti più impensati dove sono andati a finire appunti, brevi note.
Eppure, la variantistica, se ha un suo fondamento scientifico consente certe volte di ricostruire dall’interno la psicologia profonda dello scrittore, le ragioni ultime delle sue scelte, le motivazioni che determinano un rifiuto o preludono ad un ripensamento.

Insomma, è un modo di guardare dal buco della serratura nell’officina privata, nel personale e custodito angolo in cui l’autore combatte una battaglia difficile con la sua fantasia, con le sue capacità, con la sua volontà.
Pirandello teatralizza questa fase della ispirazione e della creazione, quando nella novella “Personaggi” immagina che una sua servetta, di nome Fantasia, conduca al suo cospetto i personaggi, che vivono una loro vita autonoma, sono pronti a raccontare e a raccontarsi perché possano essere assunti e sviluppati nei testi teatrali.
Sono insistenti, disposti a tutto, pur di vivere per mezzo delle parole sulla carta.

L’autore li accetta o li rifiuta: vanno a finire in una sua opera, oppure conoscono l’onta del cestino.
Anche Primo Levi si occupò di questo aspetto problematico della scrittura: nel suo tormentato universo ispirativo, che affonda le sue radici in una pagina vergognosa della storia dell’umanità, c’è posto anche per una riflessione attenta, profonda sul rapporto che in qualche modo lega la creatura partorita dalla fantasia dello scrittore e la sua ansia di perfezione che lo porterebbe a rinviare sempre la fase del commiato.

“L’OPERA. Ecco, è finito: non si tocca più./Quanto mi pesa la penna in mano!/Era così leggera poco prima,/Viva come l’argento vivo:/Non avevo che da seguirla,/Lei mi guidava la mano/Come un veggente che guidi un cieco,/Come una dama che ti guidi a danza./Ora basta, il lavoro è finito,/Rifinito, sferico./Se gli togliessi ancora una parola/Sarebbe un buco che trasuda siero./Se una ne aggiungessi/Sporgerebbe come una brutta verruca./Se una ne cambiassi stonerebbe/Come un cane che latri in un concerto./Che fare, adesso? Come staccarsene?/ Ad ogni opera nata muori un poco. 15 gennaio 1938”.
(Antologia della poesia italiana, diretta da Cesare Segre e Carlo Ossola, Novecento II, p. 921).

La scrittura diventa piena ed incontestabile testimonianza: si crea essa stessa il suo spazio vitale dove potere comunicare il senso stesso della sua esistenza, le ragioni di fondo che hanno spinto l’autore a prendere in mano la penna e seminare gli “alba pratalia”.
Nel caso specifico di Primo Levi diventa una forte ed intesa confessione di una esperienza distruttiva per l’uomo, privo di virtù ed avviato – proprio per questo – verso “la banalità del male”.
Zino Pecoraro (Pubblicato anche su facebook il 9 settembre 2018)

 
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