febbraio 2019
PFOA: ACIDO PERFLUOROOTTANOICO
L'acido perfluoroottanoico veniva usato come rivestimento impermeabilizzante per tessuti, pellame, carta e nella cera per pavimenti in quanto dà alle superfici trattate proprietà di oleorepellenza e idrofobicità. Veniva inoltre usato nell'incisione del vetro, come schiuma negli estintori e per l'impermeabilizzazione dell'abbigliamento sportivo (nomex, gore-tex).

Il suo sale perfluoroottanoato viene usato industrialmente nella polimerizzazione in emulsione per la produzione di polimeri perfluorurati. Tuttavia verrà rimpiazzato a breve con altri tensioattivi.
L'acido perfluoroottanoico (PFOA o C8) è stato collegato al cancro, malattie della tiroide, colite ulcerosa e colesterolo alto, riportato anche in un recente studio dell’EPA.

foto Uno studio di DuPont sul Teflon PTFE non ha rilevato alcun PFOA di sopra del loro limite di rilevabilita’ di 9 parti per miliardo, e DuPont dice che il PFOA è assente nelle pentole col Teflon.
Uno studio del 2009 condotto dall’EPA ha trovato livelli di PFOA in pentole antiaderenti oscillanti tra il “non rilevato” (con un limite di rivelabilità di 1,5 parti per miliardo) e 4,3 parti per miliardo.

Negli ultimi anni si è molto parlato di inquinamento da PFAS, le sostanze per-e polifluoroalchiliche utilizzate in una vasta gamma di prodotti di consumo per le loro proprietà resistenti all’acqua e ai grassi.

Soprattutto in Veneto si stimano in centinaia le persone con tracce di questa sostanza cancerogena nel sangue a causa dell’inquinamento delle falde acquifere da sversamento industriale.
Ma pochi studi hanno esplorato l’esposizione a questa sostanza, proveniente da altri tipi di contaminazione.

Adesso, uno studio coordinato da Katherine E. Boronov pubblicato sul Jurnal of Exposure Science & Environmental Epidemiology riporta risultati inquietanti:
“Abbiamo indagato gli effetti in 178 donne di mezza età, – spiegano i ricercatori – di cui circa la metà afroamericana. I risultati hanno mostrato che le donne afroamericane avevano livelli più bassi tracce di acido perfluoroottanoico (PFOA) e acido perfluoroesanosolfonico (PFHxS) rispetto alle donne bianche non ispaniche”.

Nelle afroamericane, il consumo frequente di cibi preparati in contenitori di cartone rivestito era associato a livelli più alti di quattro PFAS. Il filo interdentale Glide Oral-B, la moquette o mobili resistenti alle macchie e il fatto di vivere in una città servita da un approvvigionamento idrico contaminato da PFAS sono stati associati anche a livelli più elevati di alcuni PFAS.

“Questi risultati dimostrano per la prima volta l’importanza dell’esposizione ai PFAS derivanti dall’imballaggio alimentare e l’esposizione implicita dl filo interdentale a base di politetrafluoroetilene e i prodotti dei concorrenti contenenti fluoro” spiega la ricerca, che però specifica: “Date le numerose fonti di PFAS nelle diete e negli ambienti di tutti i giorni, è difficile individuare quali comportamenti contribuiscano maggiormente all’esposizione a PFAS”.

I PFAS ei loro precursori si trovano in un’ampia gamma di prodotti di consumo.
Sono utilizzati in imballaggi per alimenti e materiali di contatto e possono migrare negli alimenti durante l’uso e la preparazione.
I PFAS sono presenti anche in ambienti chiusi, dove vengono rilasciati nell’aria e sotto forma di polvere dai prodotti di consumo.

In conclusione, tessuti che includono abbigliamento e uniformi, tessuti per la casa e l’esterno, moquette e mobili trattati prima della vendita, e molti prodotti per la pulizia e il trattamento, contengono anche PFAS, così come il filo interdentale, le pentole antiaderenti, le cere per sci e pavimenti e il nastro sigillante PTFE.

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Fonti:
wikipedia,
il salvagente,
movimento di lotta per la salute.

Gioba Marzin

 
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