maggio 2019
ZINO PENSIERO: “Il nome di uno scrittore, il titolo di un libro: una patria”
“… l’agricoltore aveva adusta faccia da contadino, grandi mani da contadino, proverbi e metafore da contadino; ma un giorno il giudice lo sentì parlare col professore del codice di Dafni e Cloe alla Laurenziana, e della macchia d’inchiostro che vi aveva lasciato Courier.” (L. Sciascia, Porte aperte in Leonardo Sciascia, Opere, a cura di Paolo Squillaccioti, vol. I , p. 1092).

L’incontro tra l’agricoltore dotto e il professore di latino e greco si svolge in un’aula della Corte d’Assise di Palermo.
I due sono giurati della stessa Corte d’Assise; la persona che osserva la scena è il “piccolo giudice”, in realtà giudice a latere nel processo intentato contro l’autore, in successione, di tre efferati omicidi nella Palermo fascistissima del 1937.

Il 5 ottobre Giuseppe Ferrigno, licenziato per sospette malversazioni dall' ufficio di segreteria del sindacato forense, uccise con un pugnale, nel breve giro di poche ore, prima la moglie, poi l' uomo che lo aveva sostituito nell' impiego e infine l' avvocato Giuseppe Bruno, un gerarca fascista che presiedeva il sindacato di categoria.

Il vulnus operato contro il regime richiedeva una pronta riparazione e questa non poteva essere altro che la pena di morte, che da poco il codice Rocco aveva ripristinato.
L’attenzione che il regime dedicava all’esito del processo presso la Corte d’Assise di Palermo era testimoniata anche dal fatto che come parte civile si era costituito direttamente un gerarca di livello nazionale come Alessandro Pavolini.

Tutti davano per scontata la sentenza della pena capitale, perché concorrevano e consigliavano in tale senso almeno due fattori: l’efferatezza dei tre delitti e l’uccisione, tra i tre, dell’avv. Bruno, vice gerarca di Palermo. “Il nome di uno scrittore, il titolo di un libro, possono a volte, e per alcuni, suonare come quello di una patria.”(Ibidem): è una frase, una constatazione che ha un determinante ruolo nel contesto del libro sciasciano.

L’attesa di una condanna esemplare, cioè la fucilazione, venne semplicemente ritardata perché la Corte d’Assise di Palermo, sulla base di un convincente ragionamento giuridico, cioè la identità della motivazione che aveva spinto la mano dell’omicida ad uccidere tre volte, aveva optato per l’ergastolano.

Un ricorso alla Cassazione, andato a buon fine, consentì di rifare il processo presso la Corte d’Assise d’appello di Agrigento, che emanò la sentenza, attesa dal regime, cioè la pena di morte mediante la fucilazione, che venne regolarmente eseguita nella città dei templi.

Leonardo Sciascia ricostruisce – in questo delizioso, apparentemente semplice e sobrio, ma sostanzialmente onusto di pesanti riflessioni e di appropriate e frequenti citazioni, oltre che di sotterranei riferimenti alla propria biografia, in particolare al proprio stato di salute, in quegli ultimi anni della sua vita – la sottile, intelligente, umana concordanza di idee, che consentì a due persone, componenti del collegio giudicante della Corte d’assise di Palermo, di sviluppare una trama dialettica e giuridica che aveva come unico scopo quello di contrastare, novelli David contro Golia, un monolitico schieramento di regime opposto all’autonomia e all’autodeterminazione del giudice.

Il “piccolo giudice”, in realtà era un concittadino di Sciascia, il giudice Salvatore Petrone, che proprio per questa sua posizione assunta a contrastare, sulla base di precisi convincimenti giuridici, lo schieramento di opinione pubblica e il blocco formato dal regime e dai suoi supporters, si era esposto – come poi avvenne – al depauperamento della sua carriera.

Sciascia ricostruisce una sorta di liaison dotta, un intreccio di intellettuale riscontro e una analogia di esperienza culturale che consente al “piccolo giudice – “ il dirlo piccolo mi è parso ne misurasse la grandezza: per le cose tanto più forti di lui che aveva serenamente affrontato” (Id., p. 1114) – di guidare tutta la corte giudicante a prendere la decisione della sentenza di ergastolo, pur sapendo in partenza che l’appello avrebbe soddisfatto poi la prepotente richiesta del regime.

Due sensibilità, un “piccolo giudice” e un agricoltore dotto e bibliofilo, si coalizzano per fare prevalere – almeno per un breve tempo – le ragioni della cultura giuridica sana, e non di parte, e della riflessione filosofica sulla becera “ragion di stato”.
Le giustificazioni che i due danno della loro scelta, difficile ed anche onerosa di conseguenze, sembrano coincidere: il contadino colto: “sono venuto a far parte della giuria proprio per questo: un gesto contro la pena di morte” (Id., p.1120); il “piccolo giudice”: “il processo come punto d’onore della mia vita, dell’onore del vivere”; (ibidem).
Zino Pecoraro (Pubblicato anche su facebook e Su La Sicilia del 17 marzo 2019)

 
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