giugno 2019
ZINO PENSIERO: "IL NON FINITO" IN PIRANDELLO E SCIASCIA
I due scrittori agrigentini andarono incontro ad un destino analogo negli ultimi giorni della loro esistenza: Pirandello non ebbe la ventura di completare l’ultimo testo teatrale, “I giganti della montagna”; Sciascia non poté nemmeno iniziare a scrivere un libro che aveva in mente e a cui teneva molto.

Mentre il dramma pirandelliano è tuttora rappresentabile, pur con la lacuna dell’ultimo atto, per Sciascia il testo fu forse concepito nella mente, ma le tristi evenienze della sua vita non gli consentirono di trasferire sulla carta la storia esemplare e, come al solito, densa di forti spunti civili per i lettori: un’ultima e doverosa lezione di umanità.

Stefano Pirandello volle completare “il non finito” del padre: “Non posso sapere se, all’ultimo, nella fantasia di mio Padre, che fu occupata da questi fantasmi durante tutta la penultima nottata della Sua vita, tanto che alla mattina mi disse che aveva dovuto sostenere la terribile fatica di comporre in mente tutto il terzo atto e che ora, avendo risolto ogni intoppo, sperava di poter riposare un poco, lieto d’altronde che appena guarito in pochissimi giorni avrebbe potuto trascrivere tutto ciò che aveva concepito in quelle ore.” (L. Pirandello, Maschere nude, vol. II, p. 1373).
Trascrivere tutto ciò che aveva concepito: in realtà questo non fu possibile.

Per questo motivo “I giganti della montagna” costituiscono un “non finito” pirandelliano.
In questo senso il grande drammaturgo con una serie – non cercata e non voluta – di coincidenze era stato capace di inventare anche “l’opera aperta”, se questo ”Mito” ha avuto il privilegio di essere “finito” in primo luogo dal figlio Stefano; anche i registi che lo hanno rappresentato hanno dato il loro originale contributo, accettando o rifiutando la soluzione proposta da Stefano.

Sciascia conservò, invece, nella sua mente l’articolazione, lo sviluppo e la potenziale scrittura di un testo per il quale aveva raccolto, come era sua abitudine, materiali scritti o orali e si riprometteva di rielaborare il materiale in suo possesso per farne un libro ultimo, denso di forti e dirompenti messaggi civili.

Esiste un partito dell’umanità, cioè una mentalità che gode di un’idea sociale e politica attraverso la quale non operino le divisioni, le contrapposizioni, i contrasti, gli odi passati e presenti, ma, al contrario, siano privilegiate le componenti umane, quelle che non conoscono differenze tra gli uomini, che tutelino tutti gli uomini di qualunque condizione sociale, di qualunque caratteristica fisica?

Insomma è possibile che in un triste periodo storico, cioè negli anni della conclusione della seconda guerra mondiale, quando per le forti tensioni politiche gli uomini, appartenenti alla stessa nazione, l’un contro l’altro armato, si odiavano e si uccidevano, è possibile che una famiglia di antifascisti in una zona nevralgica dell’Italia, nella quale forte era la contrapposizione fascismo/antifascismo, desse riparo per otto mesi ad una famiglia di fascisti, tra i quali si trovava un esponente di primo piano della nomenclatura fascista?

Sciascia non era tanto favorevole ad una letteratura di immaginazione, ma in realtà i fatti stessi che si verificarono gli dimostrarono che anche la casualità, il buon cuore, l’humanitas potevano aprire la porta di casa e custodire la vita di esseri umani, col rischio vero di essere scoperti e di subirne gravi conseguenze.

Sciascia aveva raccolto tanto materiale su Telesio Interlandi, nativo di Chiaramonte Gulfi, esponente di spicco della cultura fascista, che aveva diretto importanti riviste come Quadrivio, Il Tevere.
La sua ascesa toccò il culmine, quando Mussolini in persona lo nominò direttore della famigerata rivista La difesa della razza.
Dirigere quella rivista costituisce di per se stesso un grave demerito per una serie di motivi. Quando i partigiani lo catturarono a Desenzano, dove si era rifugiato presso il figlio, sembrava che per lui tutto fosse finito.

Ma per un errore – successivamente – viene liberato dal carcere ed è costretto a vagare per Brescia con l’ansia continua di essere arrestato e passato per le armi.
Si rivolge all’avvocato d’ufficio che gli era stato assegnato dal tribunale, l’avv. Enzo Pàroli, antifascista.
La porta della abitazione dell’avvocato si apre e l’avvocato bresciano accoglie l’Interlandi e la sua famiglia.

Giustamente Matteo Collura, amico e biografo di Sciascia, si chiede “Cosa si erano detti, quei due uomini? Questo aveva cercato di sapere Sciascia, interrogando sia il figlio di Interlandi sia il figlio di Pàroli, Stefano, anch’egli avvocato.” (Matteo Collura, Il maestro di Regalpetra, p.361).

Sciascia sicuramente, da par suo, avrebbe scritto delle memorabili pagine, che nel nostro tempo, condizionato dalla insofferenza e dall’odio, sarebbero state certamente di grande valore civile ed umano!
Zino Pecoraro (pubblicato anche su facebook e su La Sicilia del 31 marzo)

 
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