febbraio 2020
ZINO PENSIERO - PAROLE, PAROLE, PAROLE: UNA DANZA INARRESTABILE ED EVANESCENTE
Quante parole girano per tutto il mondo in una continua rincorsa: se ne conosce la nascita, la vita e la morte; gli echi delle parole si diffondono in ogni angolo della terra, non conoscono confini, valicano tutte le montagne e superano gli oceani.
Gli ascoltatori lontani se ne appropriano ed approfittano della simultaneità della comunicazione.

L’uomo ha sempre creato parole: prima grezze, poi meno ruvide e, quando sono scesi in campo i grandi poeti, le parole si sono raffinate, hanno acquistato una sonorità impensabile e continuano ad affascinare con i loro suoni gli ascoltatori attenti ed educati, anche in presenza di una divaricata temporalità.

Se non ci fossero state le parole, non avremmo avuto i grandi capolavori della poesia e della letteratura. Le parole appartengono a sistemi linguistici diversi; tuttavia, possono facilmente transitare da un sistema linguistico ad un altro, conservando, nella traduzione, la forza espressiva e la virtuosità etica della lingua di partenza.

La letteratura e la poesia fissano nel tempo e nello spazio il valore semantico delle singole parole, perché usano la scrittura codificata, che conserva nel tempo la sua prerogativa.
Ma le parole usate nella comunicazione comune tra gli esseri umani assumono la stessa identità semantica? conservano la loro unicità comunicativa?

Prima di tutto bisogna distinguere il contesto dello scambio di parole.
Se gli interlocutori hanno lo stesso codice linguistico, allora la comunicazione si svolge in forma lineare; se, invece, il codice linguistico è diverso, allora è necessaria la intermediazione di un esperto che conosca i due codici linguistici e si faccia garante interpretativo dei parlanti.

Eppure, anche in presenza di un codice linguistico condiviso, tante sono le sfumature, i margini interpretativi, gli equivoci che si trovano in una attività di interlocuzione.
“Il padre. Ma se è tutto qui il male! Nelle parole !
Abbiamo tutti dentro un mondo di cose; ciascuno un suo mondo di cose!

E come possiamo intenderci, signore, se nelle parole ch’io dico metto il senso e il valore delle cose come sono dentro di me; mentre chi le ascolta, inevitabilmente le assume col senso e col valore che hanno per sé, del mondo com’egli l’ha dentro?
Crediamo di intenderci; non c’intendiamo mai!” (L. Pirandello, Sei personaggi in cerca d’autore, Maschere nude I, p. 65).

Il drammaturgo agrigentino affida alla barriera delle parole l’ambiguità e la equivocità di una situazione sociale drammatica, come avviene di fatto nella “commedia da fare”, “Sei personaggi in cerca d’autore”.
Ognuno attribuisce un particolare senso alle parole che gli stanno a cuore e, quando si confronta con un altro, si accorge che le sue stesse parole acquistano un’ulteriore pregnanza, inaspettata per lui e rimane sbigottito o, per usare un aggettivo abituale di Pirandello, “basito”.

Insomma, forse è meglio misurare le parole: studiarne i confini, le conseguenze, i sentimenti e i risentimenti; ripercorrerne la genesi, l’affidabilità, la pericolosità.
Troppe volte è successo che nelle pagine tragiche della storia mondiale la retorica delle parole ha trascinato folle intere verso il baratro.

Ma anche oggi succede che i “meneurs de foules” si vadano facendo avanti con il loro campionario retorico di inganni e di malafede!
“Quando ci si sofferma per esempio sul modo in cui vengono formate e dette le parole, quasi non resistono le nostre frasi al disastro del loro arredo di bave. … Questa corolla di carne tumefatta, la bocca, che va in convulsione se soffia, se aspira, e si dimena, che spinge ogni genere di suoni vischiosi attraverso la barriera puzzolente della carie dentaria, che punizione!
Ecco lì quel che ci scongiurano di trasformare in ideale.”
(L.F. Céline, Viaggio al termine della notte p. 321.)

(apparso anche su facebook il 5 gennaio 2020)
Zino Pecoraro

 
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