maggio 2020
ZINO PENSIERO - LA SCRITTURA COME PENITENZA: "QUELLO CHE NON SO CERCO DI IMMAGINARMELO"
“Io che racconto questa storia sono Suor Teodora, religiosa dell’ordine di San Colombano.
Scrivo in un convento, desumendo da vecchie carte, da chiacchiere sentite in parlatorio e da qualche rara testimonianza di gente che c’era.
Noi monache, occasioni per conversare coi soldati, se ne ha poche: quel che non so cerco d’immaginarmelo, dunque; se no come farei?” (Italo Calvino, Il cavaliere inesistente, Romanzi e racconti I, p. 979).

La suora non ha avuto la possibilità di assistere alle vicende della guerra, a tutte le inimmaginabili perversioni e orrende crudeltà che nelle guerre sono perpetrate: come descrivere quello che non ha avuto la possibilità di vedere? Può solo immaginare!
Ma l’immaginazione non si adegua ai livelli della realtà: forse la può superare, ma non può restituire pedissequamente quello che è esistito.

Suor Teodora non può e non deve sottrarsi al compito che le è stato assegnato, perché per Lei non si tratta di una gentile, gioiosa, stendhaliana pratica di scrittura: per Suor Teodora, la scrittura è solo una penitenza, alla quale si deve sottomettere con rassegnazione e con la piena consapevolezza che tutta l’azione dello scrivere diventa uno strumento di crescita spirituale e di proiezione felice verso l’eternità.

“A ognuna è data la sua penitenza, qui in convento, il suo modo di guadagnarsi la salvezza eterna. A me è toccata questa di scrivere storie: è dura, è dura.” (I. Calvino, cit., p. 1009).
Nel tempo attuale di incondizionata, elefantiaca, estesa diffusione e pubblicazione di scritture sembrerebbe quasi che tutti gli scrittori attuali (e sono davvero tanti! più o meno definibili come tali! Più scrittori che lettori!) si trovino in maggioranza sulla buona strada per raggiungere e conseguire la salvezza eterna, come spera giustamente Suor Teodora.

Ma l’orizzonte inventivo della suora è certamente ristretto perché rivolto ad una esperienza di vita circoscritta fisicamente (una cella in un convento) e mentalmente (la ridotta capacità esperienziale della suora).
Ma la vita vera, quella vissuta dagli esseri umani nella pienezza della libertà e della libera espressione di tutte le potenzialità offerte al fisico e alla mente, fa irruzione nella sfera di ispirazione della suora.

“Fuori è assolata estate, dalla valle giunge un vociar e un muover d’acqua, la mia cella è in alto e dalla finestretta vedo un’ansa del fiume, giovani villani spogliati che fanno il bagno, e più là, dietro un ciuffo di salici, ragazze, che anch’esse tolte le vesti scendono a bagnarsi.
Uno, nuotando sott’acqua ora è sbucato a vederle ed esse se lo indicano con gridi. Potrei esserci anch’io, e in bella comitiva, con giovani miei pari, e fantesche e famigli.” (Ibidem).
Suor Teodora è presa da improvvisa consapevolezza della incolmabile dilatazione/contrapposizione tra la vita e la scrittura: e questo è il senso ultimo della sua esperienza di vita.

La scrittura possiede infinite possibilità di essere, si può estendere borgesianamente e comprendere tutto l’universo, ma un pezzo, anche minimo, di vita annulla una vasta estensione di scrittura, anche se essa è infinita: la vita per ampiezza di essere ha sempre il sopravvento. “… e la vita è tutta fuori, fuori dalla finestra, fuori di te, e ti sembra che mai più potrai rifugiarti nella pagina che scrivi, aprire un altro mondo, fare il salto. Forse è meglio così: forse quando scrivevi con gioia non era miracolo, né grazia: era peccato, idolatria, superbia.
No, scrivendo non mi sono cambiata in bene: ho solo consumato un po’ d’ansiosa incosciente giovinezza.
Che mi varranno queste pagine scontente?
Il libro, il voto, non varrà più di quanto tu vali.
Che ci si salvi l’anima scrivendo non è detto. Scrivi, scrivi, e già la tua anima è persa.”(Ibidem).

(Apparso anche su facebook e su la La Sicilia dell'8 dicembre 2019).
Zino Pecoraro

 
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