settembre 2020
ZINO PENSIERO: “ED HO CONTRO DI TE UN ARGOMENTO BEN PIÙ VALIDO DELL’ANTICO …”
La riscrittura di un testo, che venga realizzata dallo steso autore o da un altro scrittore, rappresenta sempre una rivisitazione dal punto di vista della forma e del contenuto.
Se la revisione è svolta dallo stesso autore comprende ripensamenti sostanziali e certe volte si sfiora la parodia o l’autoparodia, come avviene in certe poesie dell’ultimo Montale.
Al contrario, la riscrittura ad opera di un soggetto diverso dall’autore presuppone un giudizio specifico sul testo e, sicuramente, larga parte viene assegnata alla sua interpretazione complessiva o di parti di esso.

La riscrittura – comunque – è sempre una azione di attenta analisi comparativa, con l’intenzione di ricreare il testo, di individuarne sfaccettature omesse, di attualizzarlo con maggiore carica espressiva, di provare una combinazione temporale e spaziale ipotetica o/e simbolica, di proporre il risultato di mentalità differenti, di contesti storici e culturali lontani. Interessanti forme di riscrittura sono state proposte in due testi – rispettivamente – di Leonardo Sciascia e di Gesualdo Bufalino: un testo breve, quello di Sciascia, addirittura una favola; un breve racconto con un finale a sorpresa, quello di Bufalino.
La favola di Fedro racconta che un lupo ed un agnello si trovavano a bere nello stesso fiume.

Superior stabat lupus.
Nasce una disputa tra i due animali; il lupo cerca per ben tre volte di trovare una giustificazione per addentare il povero agnello, perché il lupo, oltre che dalla sete, era stato spinto anche dalla fame. Le tre argomentazioni giustificatorie addotte dal lupo sono smontate facilmente dal povero agnello, che crede, da perfetto ingenuo, che le intenzioni del lupo possano essere corrette da un legittimo e motivato ragionamento.
Alla fine il lupo si stanca di ragionare, aggredisce e divora il malcapitato agnello.

Sciascia, nella sua particolare riscrittura del testo di Fedro, riprende un sintagma che allude esplicitamente alla favola dello scrittore latino: “Superior stabat lupus”.
A questo punto nel testo sciasciano si istaura una forma di dialogo a distanza con la favola fedriana: il lupo ora è diventato più esperto delle cose del mondo, non più civettuolo, assai pragmatico: per lui adesso i ragionamenti lasciano il tempo che trovano, “-Questa volta non ho tempo da perdere -, disse il lupo.
“Ed ho contro dite un argomento ben più valido dell’antico: so quel che pensi di me, e non provarti a negarlo
E d’un balzo gli fu sopra a lacerarlo.” (L. Sciascia, Favole della dittatura, in Opere, vol. III, p. 961).

Gesualdo Bufalino con il suo racconto breve “Il ritorno di Euridice” rivisita il mito di Orfeo ed Euridice, proponendo alla fine con una conclusione imprevedibile e paradossale una sostanziale rivisitazione del mito, per non dire un completo ribaltamento della stesso.
Orfeo, dopo la morte accidentale di Euridice che fu, in qualche modo, causata dalla sua bellezza, chiede la grazia di poterla riportare in vita.

Lui ha in mano uno strumento potente per ottenere la grazia anche dagli dei: la cetra e il suo canto melodioso.
Proprio con questi mezzi riesce a sedurre tutti i guardiani degli Inferi. Le mostruose creature dell’oltretomba si commuovono al canto di Orfeo: “Vinte dal canto l’Eumenidi dicesi che per la prima/ volta bagnassero allora le guance di lagrime calde”. (Ovidio, Le Metamorfosi, X, vv. 45-46). Alla fine Orfeo ottiene che Euridice possa ritornare: ”Ella si mosse con passo che lento rendeva la piaga./La ricevette il marito, ma insieme con lei anche il patto/di non rivolgersi indietro fin tanto che non fosse uscito/fuor della valle infernale; altrimenti la grazia era vana.”(Ovidio, op. cit., X, vv. 48-52).

Orfeo non mantenne la promessa, forse perché preso dall’ansia di rivedere il volto dell’amata o forse perché pensava che quella che gli stava dietro fosse solo un’ombra. Euridice così muore per la seconda volta e ritorna nel regno delle ombre.
”E così, risucchiata dal buio, lo aveva visto allontanarsi verso la fessura del giorno, svanire in un pulviscolo biondo… Ma non sì da non sorprenderlo, in quell’istante di strazio, nel gesto di correre con le dita urgenti alla cetra e di tentarne le corde con entusiasmo professionale … Orfeo s’era voltato apposta.” (G. Bufalino, L’uomo invaso, p. 18).
Orfeo alla fine con questa esperienza fatta agli Inferi aveva avuto la possibilità di ampliare il repertorio dei suoi canti!


Apparso anche su Internet e su La Sicilia del 21 giugno 2020
Zino Pecoraro

 
stampa articolo
Politica dei Cookie       -       Design & Animation: Filippo Vezzali - HTML & DB programming: Alain Franzoni