luglio 2021
ZINO PENSIERO: SCRIVERE E CORREGGERE, CORREGGERE E SCRIVERE: "LO GRAN DISIO DE L'ECCELLENZA"
Cosa rimane della scrittura sul PC, se cancelliamo alcune parti che non ci convincono più? Ben poco e per poco tempo, specialmente quando la modifica è circoscritta a qualche parola o ad una breve circostanza espressiva.
Infatti, col PC le correzioni sono per l’oblio, se non si attivano programmi adeguati che servano a tutelare tutte le varianti.

La procedura dello scrivere e del correggere, del correggere e dello scrivere è la manifestazione esteriore dell’ansia di chi, preso dall’aspirazione alla perfezione, non smette mai di considerare definitivo quello che compare sul foglio e che lui è indotto a leggere per coazione a ripetere.

Al contrario, nell’era pre-PC questa operazione di correzione, questa ricerca continua dell’infinito scrittorio poteva essere ben realizzata con la scrittura manuale.

Il PC può fare svanire tutto ciò che è stato rifiutato, pretermesso, o cestinato. Nella consultazione dei manoscritti autografi degli scrittori più distanti dal nostro tempo sembra di assistere ad una battaglia tra la mano dello stesso scrittore ed il foglio.

Così avviene nel “Canzoniere” di Francesco Petrarca. Il sonetto proemiale rappresenta con le sue varianti un caso particolare della perenne insoddisfazione del poeta. Attraverso le correzioni operate si deduce facilmente la convinta ricerca di un risultato apicale per qualità espressive e per risonanza musicale dei versi.

Giacomo Leopardi era un grande correttore di se stesso e le sue correzioni tendevano sempre a semplificare lo stile e a valorizzare l’espressività.
Presso la Biblioteca Nazionale di Napoli si conserva forse il più antico autografo de “L’infinito”.

Le correzioni realizzate dal poeta sono poche, ma contengono una ricerca di perfezione che appare visibile dalle scelte grammaticali o dall’uso di termini più o meno poetici.

Così “dell’ultimo orizzonte” sostituisce il meno poetico “del celeste confine”; “interminato spazio” prende il posto del prosastico “un infinito spazio”.
Nella parte conclusiva due ripetute adozioni della preposizione “fra” sono sostituite con “tra”: “odo stormir (fra) tra; “Così (fra)tra.

“I Promessi Sposi” di Alessandro Manzoni rappresentano una importante operazione culturale e linguistica: la sintesi di una mentalità diffusa nella sensibilità cristiana del popolo da un lato e l’istituzione di un paradigma linguistico condiviso da una intera società italiana, che ancora non conosceva l’unità geografica.

Manzoni operava sul suo romanzo con la consapevolezza che esso dovesse essere corretto: scrivere e correggere, correggere e scrivere possono rappresentare bene la sua mentalità meticolosa, puntuta, giansenistica in rapporto all’atto della scrittura e della correzione.

Così si spiegano i tanti cambiamenti, perfino nel titolo stesso del romanzo: da “Fermo e Lucia” a “Gli Sposi Promessi a “I Promessi Sposi”.
La Ventisettana e la Quarantana (dal nome degli anni rispettivi in cui vennero pubblicati i libri) costituiscono i maggiori risultati della strategia creativa manzoniana.

La Ventisettana comprende una gigantesca operazione di stabilizzazione linguistica: “sciacquare i panni in Arno”; “lingua parlata dalla borghesia colta”.
Manzoni non operava certo di cesello, ma, al contrario, rivolgeva il suo sguardo indagatore sulle ragioni profonde dello scrivere e delle scelte linguistiche.

Anche Sciascia ne “Il giorno della civetta” è preso dal raptus perfezionistico. Ne dà un’ampia storia Paolo Squillaccioti nel Primo volume di “Leonardo Sciascia- Opere”. Oltre alle ragioni che spiegano le varie fasi della scrittura e della relativa correzione, Paolo Squillaccioti esamina con giusto approfondimento tutte le possibili varianti del testo, impegnandosi anche nella difficile operazione della spiegazione delle scelte variantistiche operate dallo scrittore.

Petrarca, Leopardi, Manzoni, Sciascia hanno avuto nelle rispettive esperienze di scrittura una particolare, costante attenzione alla materia stessa della scrittura: la lingua.
Hanno cercato di rispondere con perfezionismo al giudizio dei lettori.

Nella modernità compaiono in questo difficile ed accidentato terreno gli innovatori, gli iconoclasti che sono capaci di erodere le basi della difusa opinione comune, per diffondere una mentalità ed una sensibilità del tutto imprevedibili. “Non sono un narratore di storie, io odio profondamente le storie. Sono un distruttore di storie, io sono il tipico distruttore di storie.

Nel mio lavoro, quando qua e là si formano i primi segni di una storia, o quando vedo spuntare da dietro la collina di prosa l’accenno a una storia, le sparo addosso. Lo stesso mi accade con le frasi, avrei voglia di far fuori intere frasi che potrebbero eventualmente formarsi, prima ancora che si formino.” (Thomas Bernhard, Amras, p. V).



(Apparso anche in Internet e su la Sicilia del 16 maggio 2021.)
Zino Pecoraro

 
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