novembre 2021
ZINO PENSIERO - LA FEROCE LOTTA PER LA SOPRAVVIVENZA NELLO SCILL'E CARIDDI: L'ORCA E LA LINGUA DELLA BALENA
L’insularità della Sicilia non è stata onorata da una frequente, raffinata, epica letteratura del mare e dei suoi abitanti, se non dal monumentale, innovativo romanzo “Horcynus orca” di Stefano D’Arrigo.

Certo, ne “I Malavoglia” il mare ha un ruolo importante, ma si trasforma, nella narrazione, in antagonista delle umane vicende con la sua forza dirompente, con i suoi generosi regali, ma anche con pesanti castighi rivolti a tutti senza distinzione.

Ad Acitrezza gli uomini e le donne – destinate, prima o poi, alla vedovanza – assistono impotenti all’azione devastante delle onde marine, che distruggono in pochi attimi le speranze di un legittimo guadagno: l’eterna lotta dell’uomo contro il mare che spesso lo vede soccombente!

Stefano D’Arrigo nel suo romanzo esamina anche questo aspetto della lotta del mare contro gli uomini e degli uomini contro il mare; ma si sofferma tante volte sulle epiche lotte che intraprendono le creature marine tra di loro o contro gli uomini, loro avversari dichiarati.
Pagine epiche di una letteratura marina contrassegnata da cruente devastazioni dei corpi, da una innata, istintiva ferocia che si manifesta in azioni truculente, esagerate, bestiali.

L’Orca è la regina dei mari, la più crudele tra le creature: il suo passaggio è sinonimo di morte, che si impone, con strazio di carne e di lardo, anche ad abitanti marini dalla corposità imponente. “L’Orca per tutto il suo sconfinato regno e sdiregno marino, è la Morte viva, al vivo, essere vivente di cui non si ha altra scienza se non quella, che è essere, l’essere che ammazza, sterminia, se non che quello è l’essere che dà morte, è ovverossia l’essere che passa per la Morte.” (Stefano D’Arrigo, Horcynus Orca, p. 724).

Uomini e creature marine condividono la paura innata delle devastazioni e delle scorribande dell’Orca, sempre temuta, diventata figura epica nella narrazione di chi l’ha vista veleggiare a pelo d’acqua e ne ha osservato la enorme forza e la dirompente audacia: una perfetta macchina da guerra, dilaniatrice delle carni delle sue prede. Perfino la balena, pur dotata di una consistente mole e di una brutale capacità di aggressione, ne teme il passaggio e l’impatto.

Ma la balena rappresenta per l’Orca una preda particolare, perché per l’Orca la lingua della balena è un boccone prelibato, una ghiottoneria ricercata e gradita. Per gustare la lingua della balena, per l’Orca è necessario che la lotta tra i due cetacei si sia definitivamente conclusa con la sconfitta totale della balena: solo a questo punto l’Orca si può impossessare della parte (per lei) prelibata del corpo della balena.

“La gigantessa dei mari, la balena, è destinata a morire tra grandi martirii, per mano sua, e qui non c’entra, o non c’entra solo il fatto che l’Orca è quella che dà la morte, ma c’entra il fatto che per disgrazia della balena, l’Orca è alliccosissima della sua lingua.” (Ibidem).

Stefano D’Arrigo, come avviene in tante parti del suo romanzo, si sofferma a descrivere le varie fasi della lotta con una prontezza evocativa speciale, con sicuri riferimenti di carattere marino, ma anche con un occhio attento alle ritualità del duello tra l’Orca e la balena: hanno il sopravvento i corpi mostruosi ed immensi che vengono uncinati, squartati.
La balena ha la peggio, non riesce a contrastare la forza enorme della sua nemica, che non smette mai di offendere il suo corpo: “L’Orca attacca la gigantessa, la lacera, sbrana, squarta e dissangua, quarto su quarto di tonnellate di lardo sino a metterle a nudo lo scheletro.” (Ibidem).

Ormai l’Orca ha completamente dissolto la consistenza corporea della balena, crede di essere arrivata all’ultima fase della sua aggressiva strategia. Unico suo pensiero adesso è riuscire a carpire il pezzo prelibato di tutto il corpo della balena. “Quando quella boccheggia, spalancando l’apertura a tunnel con le lunghe leve d’osso che si aprono a raggera ai due lati, l’Orca le si presenta davanti e facendo come per baciarla, di netto a netto, le strappa di bocca la lingua che non sarà, e certo non è tonnellate, ma certamente è quintali, e parecchi.” (Ibidem).

Appare piuttosto grottesco imbattersi in un’Orca che si muove con una pesante lingua nella sua capiente e mostruosa bocca.
Per quel giorno l’Orca godrà della soddisfazione della vittoria conseguita con il suo corpo, che è una perfetta macchina da guerra, ma ci sarà anche posto per la gustosa degustazione di un graditissimo e succulento pasto.




(Gia’ apparso anche su facebook e su la Sicilia del 26 Settembre)
Zino Pecoraro

 
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