agosto 2022
ZINO PENSIERO. TUTTI UGUALI E TUTTI PRONTI A CONSUMAR: OMOLOGAZIONE E CONSUMISMO
Ed in effetti, esiste la sindrome della comunicazione quotidiana, si vive frastornati e bersagliati in tante forme più o meno subdole.
La nostra è la società dello spettacolo: tutto diventa esibizione, proiezione amplificata di sé; si cerca sempre di accrescere il dato comunicativo, facendo leva su quegli aspetti che lo possono rendere seduttivo, gradevole, ma, soprattutto incisivo.
Vige una forma di autocensura che tende a sminuire gli aspetti sgradevoli o le situazioni fastidiose, per privilegiare ed ingigantire quei lacerti comunicativi che tendono a enfatizzare ogni cosa.
È la stessa strategia del trucco, del maquillage, applicata al corpo, che ha lo scopo esplicito di nascondere le rughe, le malformazioni; al contrario, di sottolineare anche quella minima parte gradevole e spendibile alla vista.
Questa strategia di scelta comunicativa si pratica sia nella comunicazione orale, ma soprattutto in quella che coinvolge più sensi: quella televisiva e cinematografica.
Certe volte si ha l’impressione che tutto sia studiato a tavolino, che ogni tassello del fattore comunicativo non sia collocato a caso, ma, al contrario, tutto sembra spontaneo, naturale come se fosse un prodotto definito, unico, ripetitivo.
La voce come strumento comunicativo appare, ai nostri giorni, soppiantata da altri mezzi più invasivi e prepotenti.
Pochi sono quelli che in casa, in fase di relax stanno seduti su una comoda poltrona ad ascoltare la radio o un disco.
È più diffusa, anzi costituisce un inevitabile complemento di arredamento ed una presenza assidua nei momenti di socializzazione familiare: la TV o, certe volte, nello stesso appartamento le TV.
Ormai la fruizione dei programmi televisivi tende - o lo è diventata già – ad essere individuale.
È possibile seguire con un unico abbonamento alle emittenti più di un programma: l’isolamento familiare ha un alleato potente nella fruizione duplice o multipla dei programmi televisivi.
Nella stessa famiglia, programmi diversi. Ma, oltre a questi strumenti comunicativi tradizionali, imperversano i social che determinano un ulteriore, capillare forma di isolamento.
Tutti hanno un cellulare, mediante il quale si stabilisce un contatto perenne ed inesauribile (tranne quando si scarica, per il troppo uso, la batteria) con gli altri, anzi si può dire con tutto il mondo.
I social, di fatto, rendono contemporaneo ogni evento, ogni situazione, ogni notizia di qualunque genere. Perfino la presenza fisica può essere sostituita dalla videochiamata.
Certe volte, mediante l’uso assiduo del cellulare si vive quasi in contemporanea: la ripresa con il cellulare istantaneamente consente di comunicare la personale presenza ad eventi, manifestazioni, luoghi di divertimento.
Il cellulare certifica (ove ce ne fosse bisogno!) il posto preciso dove ci troviamo a seconda della cabina a cui la Sim si aggancia.
Il mondo, tutto, ci è vicino, lo percepiamo in una forma che nessuna epoca precedente è stata mai capace di immaginare e di realizzare.
Tutti questi fenomeni comunicativi producono due modalità di essere e di comportarsi: l’omologazione e il consumismo.
“C’è il modello che presiede ad un certo modello interclassista, il quale impone ai giovani che incoscientemente lo imitano, di adeguarsi nel comportamento, nel vestire, nelle scarpe, nel modo di pettinarsi o di sorridere, nell’agire o nel gestire a ciò che vedono nella pubblicità dei grandi prodotti industriali: pubblicità che si riferisce, quasi razzisticamente, al modo di vita piccolo-borghese.” (Pier Paolo Pasolini, Scritti corsari, p. 276).
L’essere “in” fa parte della mentalità comune, come, del resto, rientra nella comune accezione il sentirsi penalizzato per il fatto di non potere seguire pedissequamente le mode e le abitudini comportamentali.
Quello che suscita maggiori perplessità è la assenza di uno spirito critico, la capacità di discernimento tra la falsità e la verità, tra il giusto e l’ingiusto, tra il lecito e l’illecito, perfino tra il bello e il brutto.
Vi è una sorta di abbandono alla corrente senza conoscere la mèta, senza il tentativo di chiedersi il “perché” e il “dove”. Una specie di sonnolenta partecipazione ad un rito iniziatico e perverso di cui non si conoscono i fini e lo sviluppo.
Anche la scuola appare piuttosto impavida o troppo accondiscendente nei confronti di queste derive.
La scuola deve formare non con una pedagogia della pratica e dell’agire soltanto, ma soprattutto con la formazione che i grandi saperi, come è sempre successo, regalano per creare una vera, completa, profonda formazione umana.
“Nessun centralismo fascista è riuscito a fare ciò che ha fatto il centralismo della civiltà dei consumi.
Il fascismo proponeva un modello, reazionario e monumentale, che però restava lettera morta.
Le varie culture popolari (contadine, sottoproletarie, operaie) continuavano imperturbabili a uniformarsi ai loro antichi modelli: la repressione si limitava ad ottenere la loro adesione a parole.
Oggi, al contrario, l’adesione ai modelli imposti dal Centro, è totale e incondizionata. I modelli culturali reali sono rinnegati.
L’abiura è compiuta.” (Pier Paolo Pasolini, Scritti corsari, p. 41).


Apparso anche su facebook e su La Sicilia del 22 maggio c.a.
Zino Pecoraro

 
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