ottobre 2022
ZINO PENSIERO - "...L'ARTISTA / CH'HA L'ABITO DE L'ARTE HA MAN CHE TREMA"
La creazione artistica, soprattutto quella letteraria, comporta sempre una certa compressione mentale, lo sforzo di richiamare alla sensibilità presente le sensazioni, le razionalità, i cortocircuiti ideali: uno sforzo immane che precede sempre la fase operativa, quella della traduzione in linguaggio fruibile di tutto il deposito ideale, fantasioso, razionale, analogico esistente nell’animo dell’artista o del letterato.
Le dimensioni dell’oggetto letterario ed artistico non sempre emergono con chiarezza e con continuità dal profondo dell’io artistico.
Esiste, di fatto, una immaginaria barriera che si frappone tra il dato immaginato, sognato, inventato e la sua traduzione in una struttura comunicativa sia essa una lingua o una materia da plasmare, o qualunque altro mezzo.
L’artista o il letterato vivono questa fase della creazione con particolare tensione emotiva: trovare il giusto mezzo comunicativo, adeguarlo alle finalità espressive, operare delle scelte. “l’artista/ ch’ha l’abito de l’arte ha man che trema” (Dante, Par. XIII, vv. 77-78).
Anche in questo caso specifico, non manca a Dante la capacità di delineare con acutezza espressiva la sofferenza e le lacerazioni insite nelle scelte artistiche e letterarie. Il verso di Dante – appare evidente – può essere rivolto più ad una operazione di scrittura, che ad una di esecuzione materiale, nella quale si richieda una mano ferma, come nella pittura o nella scultura.
Il sintagma “ha man che trema” rende molto bene, non tanto la assenza di una materiale fermezza nell’operare artistico, quanto le esitazioni, i dubbi, i ripensamenti che si susseguono nell’atto dell’agire artistico e letterario.
In questo senso sono eloquenti i codici del “Canzoniere” di Petrarca, che comprendono una pletora di correzione e di ripensamenti. “Io vivo la genesi del mio libro” (Pier Paolo Pasolini, Petrolio, p. 1215).
Scrivere e, nello stesso tempo, riflettere sul dato della scrittura, coinvolgendo direttamente il lettore, per spostare l’attenzione sulle dirette responsabilità che il colloquio col lettore comporta, ma in particolare sul fattore linguistico che di tutto l’oggetto letterario forma il culmine. “Il mio dovere di scrittore è quello di fondare ex novo la mia scrittura: e ciò non per partito preso, anzi per una vera e propria coazione a cui non posso in alcun modo oppormi.” (Pasolini, Ibidem).
Il dato umoristico e lo scherzo destabilizzante compaiono con forza nelle tre novelle che Pirandello dedica al suo laboratorio perenne di scrittore.
Non è lo scrittore che va alla ricerca dei suoi personaggi, ma sono loro, al contrario, che si rivolgono con ansia e con grande apprensione allo scrittore, perché, in fondo, i personaggi possono avere la vita solo se sono stati trasferiti sulla carta con le loro storie, i loro tic.
Si giustifica la ossessiva richiesta di comparire, di uscire fuori dal limbo del nulla e del non vivente. Lo scrittore conosce bene questa angoscia dei personaggi e, nella sua straordinaria magnanimità, viene loro incontro in soccorso.
“Oggi udienza. Ricevo dalle ore 9 alle 12, nel mio studio, i signori personaggi delle mie future novelle. Certi tipi! …Ma essi hanno tutti o credono d’avere (che è lo stesso) una loro particolare miseria da far conoscere, e vengono da me a mendicare con petulanza voce e vita.” (L. Pirandello, Tutte le novelle a cura di Lucio Lugnani, vol. II, Personaggi, p. 235).
L’ingresso e l’ascolto dei vari personaggi è regolato da una servetta, che ha lo scopo di tutelare, in qualche modo, la persona dello scrittore. “Fa da usciere una mia servetta, la quale, quantunque vesta sempre di nero e legga – quando può – libri di filosofia (tutti i gusti son gusti!), ride spesso a scatti come una pazzerella.” (L. Pirandello, cit., p. 237).
Il nome della servetta non può che essere “Fantasia”. Un personaggio, Icilio Saporini, “spatriato in America nel 1849, alla caduta della Repubblica Romana” (L. Pirandello, cit., La tragedia di un personaggio, p. 625) si presenta tante volte allo studio dello scrittore chiedendo sempre il dono della vita nelle pagine scritte.
Ma lo scrittore, impegnato in tutt’altro, non lo aveva accontentato. “E finalmente un giorno ch’ero convalescente d’una lunga malattia, me lo vidi entrare in camera, umile umile, con un timido risolino sulle labbra: Se posso …Se non le dispiace … Oh sì, caro vecchietto!
Aveva scelto il momento più opportuno. E lo feci morire subito subito in una novelletta intitolata “Musica vecchia” “. (L. Pirandello, ibidem).


Apparso anche su La Sicilia del 17 luglio.
Zino Pecoraro

 
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