ZINO PENSIERO: Italo Calvino e il "Cottolengo"
Spesso le idee per la scrittura nascono da esperienze dirette fatte dall’autore: esperienze inaspettate, incontrollabili in rapporto ai fatti e alle situazioni vissute.
Italo Calvino, all’epoca militante nel PCI, il 7 giugno del 1953 visita per una decina di minuti il Cottolengo, la Piccola Casa della Divina Provvidenza.

E’ iscritto nelle liste del partito per le amministrative, più per completare un certo numero di candidati che per essere effettivamente eletto. La visita al Cottolengo dura poco e serve – più che altro – a dare un sostegno consultivo ai rappresentanti di lista impegnati nelle continue contestazioni che contrapponevano i rappresentanti dei due partiti – allora – più forti: la DC e il PCI.
Quella breve visita gli diede la possibilità di comprendere quali fossero i meccanismi perversi che consentivano ai ricoverati in quel doloroso ed affliggente ospizio di esercitare il loro diritto al voto tramite interposta persona.

Dopo, nelle amministrative del 1961 Italo Calvino ebbe di nuovo la possibilità di farsi nominare scrutatore al Cottolengo. Per due giorni lo scrittore visse la sua esperienza di conoscenza e di impatto con quei luoghi particolari, nei quali in qualche modo si organizzava e si realizzava il rito democratico della votazione.
Il resoconto di quella particolare (e forse struggente!) esperienza viene raccontato da Italo Calvino in un’intervista concessa ad Andrea Barbato e pubblicata su L’Espresso del 10 marzo 1963. “ … le immagini che avevo negli occhi, di infelici senza capacità di intendere né di parlare né di muoversi, per i quali si allestiva la commedia di un voto delegato al prete o alla monaca, erano così infernali che avrebbero potuto ispirarmi solo un pamphlet violentissimo.” (I. Calvino, Romanzi e racconti, I Meridiani, vol. II, p. 1314).

L’esperienza dentro il Cottolengo per uno scrutatore che assieme agli altri componenti del seggio deve fare il giro delle corsie per raccogliere i voti di tutti i ricoverati fu davvero dolorosa, opprimente.
Il protagonista de La giornata di uno scrutatore prova la faticosa, destabilizzante, affliggente immersione in una organizzazione sociale ai margini della società, dove solo pochi hanno la forza e il coraggio di restare, avendo solo come consolazione (o ossessione!) la condivisione quotidiana di una vita degradata e degradante, sperando di cogliere in qualche modo un barlume di bene o un sorriso di gratitudine.

In quel luogo particolare nel quale la comunità degli umani si intreccia con il malessere fisico e la degradazione psichica, il protagonista prova una profonda spaccatura nella sua coscienza umana e politica: la metafora di un “Cottolengo” come simbolo della incompetenza e della superficialità dei votanti, in una sorta di negazione del diritto al voto per cittadini incapaci di operare con asciuttezza ed equilibrio, si scioglie nella dolorosa contemplazione di una umanità che, pur nelle forme estreme della incomunicabilità e della astrattezza del contatto, trova la forza di essere in qualche modo vicina a chi soffre, pur non avendone più la consapevolezza.

“Amerigo continuava a guardare il padre e il figlio. Il figlio era lungo di membra e di faccia, peloso in viso e attonito, forse mezzo impedito dalla paralisi. Il padre era un campagnolo vestito anche lui a festa, e in qualche modo, specie nella lunghezza del viso e delle mani, assomigliava al figlio.” (I. Calvino, Romanzi e racconti, p. 62).
Una scena apparentemente normale: il padre sbuccia delle mandorle che offre al figlio, che mastica con piacere e ne assapora il gusto. Una paternità dolorosa, esercitata con partecipata solidarietà e spirito di abnegazione, ma senza eroismi, in una sorta di composta naturalità di amore tra padre e figlio. Una lezione forte e spontanea in un mondo emarginato ed afflitto.

“Ora che il giovane idiota aveva terminato la sua lenta merenda, padre e figlio, seduti sempre ai lati del letto, tenevano tutte e due appoggiate sulle ginocchia le mani pesanti di ossa e di vene, e le teste chinate per storto – sotto il cappello calato il padre, e il figlio a testa rapata come un coscritto – in modo di continuare a guardarsi con l’angolo dell’occhio. Ecco, pensò Amerigo, quei due, così come sono, sono reciprocamente necessari. E pensò: ecco, questo modo d’essere è l’amore.

E poi: l’umano arriva dove arriva l’amore; non ha confini se non quelli che gli diamo.” (I.Calvino, ivi, p.69).
Zino Pecoraro (Pubblicato anche su Facebook e su La Sicilia del 15 aprile 2018)