RICORDIAMOCI: LE BALLE DI PLASTICA
Riciclo è bello, si sa. La provincia di Milano inventò “I comuni ricicloni”, simpatico modo di gratificare i comuni più attivi.

Carta, plastica, ferro, alluminio, umido, indifferenziato. L’ultimo va ancora nell’inceneritore, fornendoci energia elettrica, un po’ di CO2 e vapore acqueo. Le altre frazioni vengono chiamate “materie prime seconde”, brillante ossimoro. La carta viene macerata, come una volta si faceva con gli stracci, e diventerà altra carta o cartone. Ferro e alluminio si separano. Il ferro per amore di una elettrocalamita che passa sopra di lui nell’impianto, fa un salto e l’abbraccia felice ma, dopo poco si stacca la corrente ed il chiodo, con la falce ed il coltello, precipitano con fragore in un vascone, per andare in un forno, orribile destino. L’alluminio viene soffiato via dal nastro trasportatore e va alla fusione direttamente. Con l’umido cominciano i problemi. Fermenta e diventa concime e terra fertile, da spargere sui campi, ma si può fare una volta sola: contiene metalli pesanti. Se la loro quantità aumenta, non ci si può più nutrire con i prodotti di quei campi. Si deve trovare un altro utilizzo.

Ma la plastica, che sembrava perfetta: si riprende, si rimette con la plastica nuova, si fanno oggetti, si risparmia petrolio, ma che bello. Invece mostra uno dei maggiori difetti della modernità, la visione breve, la mancanza di prospettiva.

Nel 2017 sono state raccolte in Italia più di 1 milione di tonnellate di plastica, 324.000 ton sono state bruciate negli impianti fornendo più di 8.000 GWh di energia elettrica. 1/3 del totale non valeva la pena di separarlo? Diteci quale tipo di plastica va al forno.
Seguendo le loro dichiarazioni, il Consorzio Nazionale ha raccolto 562.000 ton dalla differenziata domestica ed il 48% è ridiventato plastica, sembra molto.

Un articolo di Jacopo Giliberto sul Sole 24 Ore afferma invece che il 6% dei prodotti europei in plastica deriva da materiale riciclato, sembra poco. Queste cifre suonano strane, fino a che non appare la Cina. Fino all’anno scorso accettava balle di plastica per 3 mil. di ton./anno. Da quest’anno: zero. Come per caso, nel dicembre 2018, sono scoppiati alcuni incendi nelle aree di deposito di aziende che riciclano la plastica. Ad essere maligni si potrebbe pensare che qualcuno si sia accorto che il valore del magazzino era crollato sotto zero ma assicurato sopra zero. Ma via, non siate maligni.

Sappiamo che vi sono due grandi famiglie; plastica termoindurente e termoplastica. Il costo critico è evidentemente nella separazione tra i vari tipi, si potrebbe semplificare il processo iniziando una nuova separazione, tra plastica dura e molle.

L’UE ha emesso un documento (European Strategy for Plastics in a Circular Economy) che stavolta è arrivato in ritardo, ma ammette che il riciclo della plastica è molto modesto. Propone nuove strategie.

I luminosi e progressivi destini del riciclo sono solo balle di plastica.
Folco de Polzer