ZINO PENSIERO. RITRATTI DEFORMATI, SCONCIATURE FISIOGNOMICHE, CARICATURE DEL FISICO E DEL COMPORTAMENTO. PIRANDELLO E I PERSONAGGI.
Almeno in quattro novelle Pirandello si occupa in forma esplicita del suo rapporto con i personaggi: queruli, dispotici, irritanti, litigiosi. “La scelta”, “Colloqui con i personaggi”, “Personaggi”, “Tragedia d’un personaggio”: in queste quattro novelle lo scrittore agrigentino si confronta, si contrappone con i personaggi che non hanno nessun ritegno, vogliono infrangere ogni regola del savoir-faire, si preoccupano semplicemente di comparire nelle pagine scritte perché questo per loro è l’unico modo per vivere, non sono disposti a rispettare il turno previsto nello studio surreale in cui sono ricevuti.

Pirandello ingaggia certe volte una vera e propria lotta con i suoi personaggi, al punto che decide di disfarsene rapidamente: ”Ricordo sempre con quanta remissione aspettò il suo turno un povero vecchietto arrivatomi da lontano, un certo maestro Icilio Saporini. …Oh sì, caro vecchietto! Aveva scelto il momento più opportuno. E lo feci morire subito subito in una novelletta intitolata Musica vecchia.” (L. Pirandello, Tutte le novelle, a cura di Lucio Lugnani, La tragedia d’un personaggio, vol. II, p. 625).

La vendetta dello scrittore sul conto dei personaggi certe volte è ultimativa perché comprende il rifiuto della loro adozione oppure può essere sottilmente vendicativa: presentarli con caratteristiche deformanti, ridicole, caricaturali, specie negli aspetti del loro corpo che si prestano alla deformazione o anche alla totale profanazione. Se i personaggi vogliono apparire belli, lo scrittore li descrive brutti; se essi stessi si vedono aitanti o imponenti per la statura, egli li rende bassi, tarchiati; se pretendono una voce stentorea, egli ce li presenta con vocine appena percettibili e con suoni comici.

“Non possono soffrire, soprattutto, la descrizione minuta che io faccio di certi loro difettucci fisici o morali. Vorrebbero essere tutti belli, i miei signori personagg, e moralmente inammendabili.
Miseri sì, ma belli. Vedete un po’!” (Op. cit., Personaggi, vol. II, 236).

Nelle descrizioni deformanti di alcuni personaggi sembra che Pirandello si sia divertito a inventare originali caricature mediante la sottolineatura dei difetti fisici, riprendendo in questo campo una antica tradizione, già presente in Marziale, oppure con l’invenzione di eccentriche somiglianze tra le fattezze degli uomini e quelle di alcuni animali.

“Era Nicola Pancamo cognato della seconda sorella, della placida Anna; alto appena cinque palmi, già quasi calvo a trent’anni, e con certe gambette piccole come due dita, sempre aperte per regger meglio il peso della pancetta precoce.” (Op. cit., La ricca, vol. I, p. 123).

Ancora sui difetti fisici si sofferma con questa realistica e particolareggiata caricatura: “Tanto magro, quanto lungo; e più lungo, Dio mio, sarebbe stato, se il busto tutt’a un tratto, quasi stanco di tallir (nota: crescere sproporzionato) gracile in su, non gli si fosse sotto la nuca curvato in una buona gobetta, da cui il collo pareva uscisse, penosamente inarcato, come quel d’un pollo, ma con un grosso nottolino (nota: pomo d’Adamo) protuberante, che gli andava su e giù ogni qual volta deglutiva.” (Op. cit., La scelta, vol. I, p. 452).

Anche le deformazioni fisiche sono la spia diretta della difficoltà ad accettare certi personaggi da parte dello scrittore, specialmente quando questi personaggi assumono un ruolo ostico, inqualificabile ed incutono timore, se non paura agli altri: “Il vecchio, che pareva un rospaccio calzato e vestito, oppresso da una cisti enorme su la nuca, che lo obbligava a tener sempre giù e piegato da un lato il testone raso, vi abitava solo, con un servitore; ma aveva molta gente di campagna ai suoi ordini, armata, e due mastini che incutevano paura, solo a vederli.” (Op. cit., Il tabernacolo, vol. I, p. 827).

L’intento caricaturale, che sottintende una specifica e poco dissimulata antipatia dell’autore, svaria in questo caso specifico dall’aspetto fisico alla sfera psichica: fisicità e modalità di pensare e di organizzazione dello stesso pensiero.
“Si chiamava Cedobis, era dottore in medicina e professore di filosofia in un liceo e di pedagogia in una scuola normale femminile: calabrese, tozzo, nero, calvo, dal testone ovale, senza collo, come un mulotto, e dalla faccia cuojacea, in cui spiccavano le sopracciglia enormi e i baffi color d’ebano … S’era ridotto a vivere automaticamente, col cervello come un casellario, in cui i pensieri – precisi, aggiustati, pesati – eran disposti secondo le varie categorie, in perfettissimo ordine.” (Op. cit., La Signora Speranza, vol. I, p. 843).

L’aggettivo calabrese qui è usato in senso dispregiativo. Il professore Cedobis ha un cervello come un personal computer!
Zino Pecoraro (Pubblicato anche su facebook e su La Sicilia del 3 febbraio 2019)