I RIFIUTI RECUPERATI IN MARE DAI PESCHERECCI
Come ben si può capire ogni giorno i pescherecci che operano nelle nostre acque, oltre al pescato si trovano nelle reti tonnellate di rifiuti (soprattutto plastica e legno), ma sono costretti a rigettarli mare in quanto se li portassero a riva sarebbero obbligati a pagarne i costi di smaltimento.

Fondazione Cetacea informa che nel giugno dello scorso anno il Ministro dell’ambiente Sergio Costa si era impegnato a permettere ai pescatori di riportare a riva i rifiuti, senza oneri, svolgendo così un importante ruolo di pulizia del mare.

Oggi, attraverso change.org, ha rivolto un appello pubblico al Ministro affinché mantenga l’impegno preso, chiedendo a tutti di firmare la petizione.
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Nel frattempo ha chiesto alle Regioni, alle Autorità portuali, alle Capitanerie di Porto, la emanazione di ordinanze che consentano ai pescatori di riportare a riva tali rifiuti.

Del tema se ne era ampiamente e dettagliatamente occupato Gianfranco Amendola il cui approfondimento è stato riportato da Lexambiente nel proprio sito.

Riguardo al recupero non programmato di rifiuti in mare durante la normale attività di pesca “ non si rinviene alcuna regolamentazione di tipo particolare per questa evenienza”.

La lettura congiunta delle leggi vigenti relative ai rifiuti porta Amendola a dire che “che i rifiuti di cui trattiamo sono da considerare rifiuti urbani in ragione della loro giacenza, a prescindere dalla loro natura e provenienza”.

Qualora si rinvengano rifiuti (illecitamente) abbandonati in terra o in mare, scatta un obbligo di rimozione ed avvio a recupero o smaltimento a carico di chi li ha abbandonati, sancito da una ordinanza del Sindaco.

Ed è altrettanto evidente che, in ogni caso, è il Sindaco la figura istituzionale prevista dalla legge per garantire, comunque, anche sotto il profilo delle spese, che la rimozione e lo smaltimento-recupero di tali rifiuti avvenga al più presto, provvedendo in ogni caso, anche quando siano ignoti gli autori dell'abbandono.

Ma i pescatori detentori di rifiuti trovati in mare posso essere considerati produttori di tali rifiuti, in quanto residui della attività di pesca?

Ad oggi i rifiuti prodotti dalle navi, per esempio le acque di sentina, secondo il D. Lgs. 24 giugno 2003, n. 182, devono essere “ conferiti, previa corresponsione di una tariffa, ad appositi impianti portuali di raccolta nell'ambito di un piano di raccolta e di gestione elaborato dall'Autorità portuale o dall'Autorità marittima insieme alla Regione”.

“Di particolare interesse per l'argomento in esame, tuttavia, è il comma 5 dell'art.8 il quale stabilisce testualmente che il conferimento dei rifiuti accidentalmente raccolti durante l'attività di pesca non comporta l'obbligo della corresponsione della tariffa di smaltimento”.

In conclusione, sostiene l’Amendola, che “chi detiene rifiuti acquisiti involontariamente durante attività di pesca possa essere considerato un semplice detentore (involontario) di rifiuti che deve, da un lato rispettare il divieto di (ri)scaricare a mare tali rifiuti e dall'altro consegnare tali rifiuti (qualificati dalla legge, per questa fase, come "urbani") al soggetto pubblico (Comune) cui compete obbligatoriamente provvedere alla raccolta ed allo smaltimento-recupero degli stessi.

Come ben si può vedere sarebbe sufficiente la normativa attuale per consentire ai pescherecci di conferire” senza oneri “ i rifiuti raccolti ”involontariamente” a mare durante la attività di pesca, presso gli impianti portuali di raccolta dei rifiuti prodotti da navi.

Urge però ribadire tali concetti in un piano regionale di raccolta, gestione e smaltimento che colleghi i detentori di tali rifiuti, i comuni, la sanità marittima, le autorità portuali e come suggerisce l’Amendola appositi consorzi che attivino una specifica filiera, “prevedendo, altresì incentivi premiali per chi, raccogliendo involontariamente tali rifiuti, privilegia il rispetto della legge, evitando di rigettarli in mare, come oggi accade.


Fonti:
lexambiente.it,
change.org,
fondazione cetacea.
Sergio Saladini