ZINO PENSIERO - IL FINALE DE "LE MENZOGNE DELLA NOTTE" DI GESUALDO BUFALINO: UNA RITUALITA' PIRANDELLIANA?
Il libro “Le menzogne della notte” di Gesualdo Bufalino (Premio Strega 1988) ha il singolare privilegio di svolgersi in un luogo e in un tempo indefinito: luogo indecifrabile per il lettore, che nemmeno è messo in condizioni di scoprire il tempo in cui il racconto si snoda.

Questo aspetto del testo è di per se stesso rivelatore del senso di indeterminato e quindi di una aspirazione all’universale che l’autore vuole attribuire alla vicenda raccontata o, per meglio dire, rappresentata, se è vero che il testo ha il crisma della teatralità per la scelta dei termini usati, per le opzioni stilistiche, per la tendenza monologante.

Un’isola penitenziaria, un castello su uno scoglio: l’isola ha la funzione di un reclusorio, di un luogo – questa volta – delimitato non soltanto dagli artifici costruttivi realizzati dagli uomini, ma anche dalla stessa natura: un luogo del tutto inaccessibile e dal quale è impossibile ogni tentativo di fuga.
Questo luogo impervio e solitario, come un nido di aquile, serve per infliggere la pena di morte ai peggiori delinquenti o agli avversari politici, ai ribelli e ai sobillatori.

Il carcere tenebroso ed orrendo trattiene quattro condannati a morte, che sanno in partenza che la loro sorte è segnata e nessuna intercessione potrà rinviare la decisione.
Ma in questo luogo pauroso e disumano si svolge un pirandelliano “gioco delle parti”, in una sottile e impalpabile intercambiabilità tra finzione e realtà.

Un Frate ribelle, che è un rivoluzionario e sanguinario esponente di sette, (come lui stesso dichiara), ma in realtà è il governatore De Ritis travestito da frate – e qui c’è una delle tante, amate citazioni di Bufalino; in questo caso di Shakespeare –, vuole conoscere i segreti dei quattro reclusi condannati all’esecuzione all’alba, per venire a capo della trama vera della congiura, di cui sono accusati e che per questa accusa saranno giustiziati.

I quattro reclusi sono invitati a raccontare le loro storie: “Non starò a porvi confini. Ognuno racconti di sé.
Per esempio, quando e come, in un discrimine della sua esistenza, sia stato per avventura, o si sia creduto, o l'altri l'abbia creduto felice.
E quale effigie egli scelga, fra i suoi giorni dilapidati, per fissarsela sotto le palpebre nell'istante che il suo collo sarà infilato nel tondo e un filo freddo di lama a precipizio lo scannerà.”. (G. Bufalino, Le menzogne della notte, p. 34).

I quattro racconti sembrano plausibili, ma il lettore, già sfidato dall’autore all’inizio del libro, comprende alla fine che tutto quello che è stato raccontato è una mera finzione, un inganno, un camuffamento della realtà: la pirandelliana dissoluzione dei dati certi e il declinare improvviso e definitivo di ogni verità.
La vita e la sua conseguente ipotetica narrazione come tragica messinscena, l’apparenza che governa tutta l’esistenza, l’eloquente e demistificante quadro con la scimmia pittrice: “Tropi di carta, simulacri increati, inesistenze parventi sul palcoscenico d'una pantomima di cenere, bolle soffiate dalla cannuccia d'un prestigiatore nemico?

Se così è, niente è vero.
Peggio: niente è, ogni fatto è uno zero che non può uscire da sé”. (G. Bufalino, op. cit., p. 129). Ne ha piena consapevolezza il governatore che alla fine si uccide.
Insomma, ne “Le menzogne della notte” sembra che alla fine tutto si concluda con una esplicita ritualità pirandelliana.
Zino Pecoraro ( Apparso anche su facebook e su La Sicilia del 15 settembre 2019)