ECO FISCALITA': PERCHE' SI E PERCHE' NO. LE RAGIONI DEL SI.
Sotto traccia tra i tanti discorsi che si stanno facendo sulla manovra di questo governo abbiamo rintracciato qualcosa di interessante, soprattutto per chi si occupa di ambiente, mi riferisco a quella parte della manovra che contiene penalizzazioni legate al’uso di plastica negli imballaggi.

Abbiamo cercato articoli e contributi e quello più organico è contenuto in un articolo di Mario Santi apparso sulla newsletter di rifiutilab, che regolarmente viene inviata alla nostra testata.
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Spostare (per ciò che è possibile) la tassazione da lavoro, casa e imprese a ciò che fa danno all’ambiente. E’ un modo per recuperare gettito ma anche e più per dare un segnale nella direzione di un’economia circolare, cioè attenta a conservare risorse, ambiente e salute per le generazioni future.
L’eco fiscalità aiuta a proteggere l’ambiente perché chi lo danneggia paga.
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Un segnale del quale un governo (anche minimamente) green dovrebbe andare fiero, non vergognarsi.
In una società verde l’economia deve essere in grado di offrire prodotti e servizi sostenibili, lo stato deve disincentivare, anche attraverso la leva fiscale, quelli non sostenibili.
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La tassazione sulle plastiche (evidentemente mirante a scoraggiarne gli usi inessenziali e a favorire le possibili alternative – in termini di beni e imballaggi coinvolti) una volta tanto non è mirata soltanto a far cassa ma ad utilizzare la leva fiscale per colpire non i redditi ma l’aggressione all’ambiente.

L’opposizione politica scatena la bagarre “contro le tasse” e i nuovi governanti la rincorrono; sembra quasi vogliano chiedere scusa per avere messo in discussione un piccolissimo pezzo di un’economia in cui è il mercato che decide cosa, dove e come di produce. E l’ambiente non trova spazio, perché i costi ambientali non vengono considerati.
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E’ necessario cambiare narrazione, mettere in discussione con alternative praticabili i paradigmi della sviluppo.
In termini fiscali un nuovo modello che voglia basarsi all’economia circolare mira a far pesare il carico su chi offende l’ambiente, sgravando di conseguenza i comportamenti sostenibili.

Riprendo qui alcuni riferimenti a temi che ho già trattato in passato.
dimostrare che dell’eco fiscalità deve aver paura solo chi ha comportamenti insostenibili.
Non si paga di più, si paga in funzione del carico ambientali prodotto dai propri comportamenti, sia individuali che collettivi, sia produttivi che di consumo.
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Ecco una panoramica delle misure eco fiscali in grado di contener la produzione di rifiuti.
Parto dal ruolo “intrinsecamente” riduttore dei rifiuti dell’applicazione puntuale della tariffa all’uso delle riduzioni tariffarie per ridurre i rifiuti

La tariffa rifiuti (TARI) è ancor oggi prevalentemente un tributo, funzionale alla raccolta delle risorse necessarie al pagamento dei servizio di gestione rifiuti ed igiene urbana.
Viceversa può essere la leva fiscale che pesa sulle utenza non in modo indifferenziato, ma direttamente legato alla loro produzione di rifiuti e ai servizi dei quali usufruiscono. In questo modo le spinge verso comportamenti in grado di ridurre prima la produzione di rifiuti e comunque avviarli poi al riciclaggio.

Lo dimostrano le applicazioni puntuali della tariffa.
In questo caso il servizio di raccolta è in grado di misurare i rifiuti prodotti dalla singola utenza. I software applicativi attribuiscono ad ognuna di esse una quota variabile proporzionata non alle superfici occupate ma a rifiuti prodotti e servizi utilizzati.

Non
a caso è nata nel nostro paese una associazione professionale – Payt Italia – che mette insieme tutti gli attori (Comuni e loro consorzio. Aziende di gestione ambientale, produttori di sistemi di misurazione, consulenti ambientali) della filiera della tariffa puntuale.
L’associazione mira a creare le condizioni per la diffusione delle tariffa puntuale nel nostro paese e produce studi e contributi per favorirla.

Tra questi uno studio che dimostra come la sua applicazione a regime porti a contenere i costi del sistema più di quanto succeda con la tariffa a superficie e ad ottenere risultati ambientali nettamente migliori, in termini di contenimento della produzione di rifiuti (e in particolare del rifiuto residuo) ed aumento delle raccolte differenziate.

In parole povere: non si paga di meno (o di più) rispetto alla tariffa tributo – tutt’ora prevalente nel nostro paese; si paga in relazione all’impatto ambientale di cui si è portatori.
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Lo spreco di cibo è forse il simbolo più potente della diseguaglianza della nostra organizzazione sociale.
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Per interrompere la corsa sfrenata all’acquistare più del necessario, a consumare solo una parte del cibo a nostra disposizione e a “buttare” il resto è stata varata la legge “anti spreco”.
Al suo interno vi sono provvedimenti “eco fiscali”.
L’art. 17 consente ai Comuni di applicare nei confronti dei soggetti economici donatori (che distribuiscono beni alimentari e che a titolo gratuito cedono, direttamente o indirettamente, tali beni agli indigenti e alle persone in maggiori condizioni di bisogno ovvero per alimentazione animale) un coefficiente di riduzione della tariffa proporzionale alla quantità, debitamente certificata, dei beni e dei prodotti ritirati dalla vendita e oggetto di donazione.
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E’ possibile prendersela con la tassazione del così detto junk food, il cibo spazzatura, e non accorgersi che è quello che sta rovinando la salute nostra e soprattutto dei giovani.
Come si possono ignorare i consigli dei nutrizionisti e le pratiche normative messe in atto di tanti altri paesi? … E’ possibile posporre la difesa delle salute di tutti ad una polemica politica tra le parti?

Eppure le alternative ci sono.
Al posto delle bottiglie di plastica di acqua minerale non solo ci sono quelle di vetro, ma c’è l’uso dell’acqua di rubinetto; al posto delle merendine “velenose“ c’è la possibilità di portarsi da casa un frutto o un panino, e via dicendo.
Si tratta di capire che ogni alternativa ad un mondo che artificializza anche il nostro rapporto con il bere e il mangiare passa per una scelta di coscienza e cultura.
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Ma è anche necessario far emergere il costi reali di cibi e bevande nocivi; anche tassandoli.
Una tassa altro non farebbe che internalizzare i costi che essi comportano in termini di salute e conseguenti costi sanitari.
Dovremmo essere messi nelle condizioni di scegliere – a costi per il consumatore paragonabili -tra prodotti “puliti” – biologici, naturali, a chilometro zero – e “nocivi” per l’ambiente e per la salute.


Fonte:
Mario Santi su Rifiutilab newsletter - newsletter@labelab (7 novembre 2019)


Un altro interessante contributo è quello di Davide Maria de Luca riportato, su Post.it con il titolo di “Tassare la plastica serve?”
Davide Maria de Luca analizza soprattutto la situazione europea dove già molti paesi europei, progressisti e conservatori,lo fanno e la Commissione sta ipotizzando di tassarla a livello europeo
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Imposte simili sono in vigore in molti paesi e presto saranno estese a tutta l’Unione Europea: d’altra parte negli anni sono emersi studi che mostrano la loro efficacia (in particolare sembrano efficaci le tasse che colpiscono le buste di plastica).
Come è già accaduto all’estero, però, anche in Italia l’introduzione dell’imposta ha suscitato reazioni molto contrastanti. La tassa piace alle associazioni ambientaliste come Greenpeace che chiedono anzi misure ancora più incisive, mentre Legambiente l’ha definita “sacrosanta”, pur chiedendo qualche modifica.
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La proposta, invece, ha suscitato le forti proteste delle numerose e ben organizzate associazioni dei produttori di plastica e degli utilizzatori di imballaggi e contenitori monouso.
L’Italia, infatti, non solo è uno dei principali produttori europei di plastica da imballaggio e uno dei principali produttori di macchinari da imballaggi, ma è anche uno dei paesi al mondo dove è maggiore il consumo di acqua minerale in bottiglia, venduta soprattutto in bottiglie di plastica che saranno sottoposte alla nuova imposta.
In tutto il settore degli imballaggi di plastica e degli altri prodotti monouso impiega in Italia circa 110 mila persone, con un fatturato di circa 15 miliardi di euro.
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Ogni anno l’Europa consuma mezzo miliardo di tonellate di plastica e il 60 per cento dei rifiuti plastici è costituito proprio da packaging.
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Le tasse sulla plastica sono stati introdotte negli anni in quasi tutta l’Europa. Un’imposta specifica sugli imballaggi di plastica, per esempio, esiste in Belgio, Croazia, Estonia, Ungheria, Lettonia, Norvegia, Polonia e Paesi Bassi. Il Belgio ha anche una tassa particolare per bicchieri, piatti e posate di plastica: più di tre euro al chilogrammo. La Germania ha una tassa sulla produzione di imballaggi di plastica, 1,4 euro per ogni chilo di plastica non riciclata utilizzata.

Una tassa simile esiste in Danimarca, dove ogni chilogrammo di plastica del tipo più comune costa al produttore circa 1,60 euro in tasse. Infine quasi tutti i paesi europei, Italia compresa, hanno già un’imposta che i produttori devono pagare in vista dello smaltimento dei loro prodotti (in genere è relativamente bassa: in Italia è 150 euro a tonnellata, cioè circa 0,15 centesimi al chilogrammo).

La tendenza internazionale oggi spinge verso un’ulteriore tassazione del settore, allo scopo di arrivare a una progressiva de-plastificazione dell’economia, almeno per quanto riguarda i prodotti monouso e non biodegradabili. In Francia, per esempio, il governo ha in programma l’eliminazione di tutti gli imballaggi non riciclabili entro i prossimi cinque anni. Tra le misure preparate dal governo, la più dura prevede che i produttori di contenitori di plastica e imballaggi non riciclati ne aumentino il prezzo del 10 per cento rispetto ai prodotti in contenitori prodotti con plastica riciclata. Il governo francese, inoltre, ha anticipato al 2020 la decisione europea di bloccare entro il 2021 la vendita di bicchieri e piatti di plastica non riciclata.

Presto, inoltre, una nuova imposta sulla plastica potrebbe essere estesa in tutta Europa. … La tassa, di cui il consiglio dell’Unione Europea ha iniziato a discutere e che potrebbe entrare in vigore già nel 2021, è simile a quella italiana ma riguarderà solo gli imballaggi (e non quindi anche gli altri prodotti monouso) e ammonterà a 0,80 centesimi per ogni chilogrammo prodotto. L’obiettivo è raccogliere 6,6 miliardi di euro l’anno.
Va da se ricordare che la ecotassa è comunque una tassa il cui gettito previsto è di due miliardi circa ed i cui costi, almeno nel breve periodo saranno scaricati sul consumatore finale.
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Nel medio periodo, poi, la tassa finirà inevitabilmente per scoraggiare la produzione di imballaggi plastici e spingerà a utilizzare materiali alternativi e biodegradabili, facendo un favore a tutti, favorevoli o contrari all’imposta.

Fonte : Davide Maria de Luca su post.it

Non si può non ricordare che l’OCSE in un recente documento sull’argomento, ha sostenuto
che
“Le tasse sulle materie plastiche, alcuni tipi di plastica o alcuni usi di plastica possono anche contribuire a ridurre il consumo insostenibile di materiali plastici più in generale.
Diversi Stati membri dell’UE, tra cui gli stati membri dell’OCSE Belgio, Danimarca, Estonia, Filandia, Lettonia, Paesi Bassi e Slovena, applicano le imposte agli imballaggi in plastica con alcune aliquote più elevate a specifici tipi di plastica e/o a prodotti in plastica mono uso.

L’applicazione di tasse ai prodotti in plastica monouso può contribuire ad aumentare il prezzo di tali articoli e quindi allontanare la domanda e comportarne la sostitiuione. Le imposte ben concepite dovrebbero portare all’uso di alternative più durevoli e/o più sostenibili, quali plastica più facilmente riciclabile o l’uso di altri materiali.”

Nel momento in cui scriviamo queste note non si conosce ancora la stesura finale del provvedimento, ma già da ora si ipotizza di introdurre elementi di gradualità che rendano meno impattante l’applicazione sul sistema paese.
La redazione