ZINO PENSIERO: IL RAZZISMO E TELESIO INTERLANDI, LEONARDO SCIASCIA E LA DIGNITA' DELL'UOMO
Il 5 agosto del 1938, anno sedicesimo dell’era fascista (secondo la retorica rifondatrice del regime) nasceva la rivista “La difesa della razza”.
Il direttore ed ideologo dei temi della rivista era un siciliano, di Chiaramonte Gulfi, Telesio Interlandi, che precedentemente aveva diretto “Il Tevere”.

La rivista era direttamente finanziata dal Duce e nel primo numero già proponeva, con una analisi cosiddetta scientifica, tutti i pregiudizi del tempo in tema di composizione, di diffusione, di sviluppo delle razze con particolare riferimento a quella ebraica.
La retorica fondativa, tipica del fascismo, animava molte pagine di questa perversa rivista.

Proprio nel primo numero della rivista, scriveva Interlandi: ”Con la conquista dell’impero, con l’assunzione, cioè, di sempre maggiori responsabilità storiche, l’Italia deve dare al problema razziale la preminenza che gli spetta sia dal punto di vista strettamente biologico, sia da quello del costume.” (La difesa della razza, a. I, n. 1).

Leggere le pagine di questo primo numero della rivista costituisce, per una educata coscienza civile di oggi, una esperienza penosa ed irritante.
Sbalordisce soprattutto la arrogante prosopopea di scienziati, giuristi, letterati, giornalisti che nelle numerose pagine si sforzavano di dare conferme nel loro campo specifico a quella che oggi appare una abominevole aberrazione: l’odio razziale, che sfocia inevitabilmente in azioni persecutorie e poi nella soluzione finale.

Ma, forse, occorre che molti diano una scorsa, anche rapida, a queste pagine per comprendere dove possa tendere l’educazione all’odio razziale, alla violenza verbale e fisica, alla prevaricazione, di cui ai giorni nostri troppo frequentemente si registrano orrende manifestazioni.
Scrive ancora Interlandi: “Non potrebbe l’Italia fascista rifiutarsi di considerare e di affermare se stessa come potente e sicura unità razziale nel momento in cui numerose genti diverse sono passate sotto il suo dominio ed esigono una ferrea sistemazione gerarchica nel quadro dell’impero.” (La difesa della razza, cit.).

La ruota della storia cambiò direzione e nell’aprile del 1945 Telesio Interlandi, che nel frattempo aveva aderito alla repubblica sociale, fu arrestato a Brescia e sottoposto a processo insieme al figlio Cesare.
Per la sua difesa i familiari scelsero l’avvocato Enzo Paroli, socialista ed antifascista, che accettò di assumere la difesa dell’Interlandi.

Per prima cosa l’avvocato Paroli ottenne che Cesare Interlandi, il figlio, ammalato, fosse dimesso, in quanto non implicato.
Le guardie penitenziarie sbagliarono e diedero il permesso di uscita a Telesio Interlandi, il quale si trovò a vagare per Brescia, senza sapere a chi rivolgersi e con la consapevolezza che presto i partigiani l’avrebbero catturato e fucilato.

A Telesio Interlandi non restava che bussare alla porta dell’avvocato Enzo Paroli: per il direttore de “La difesa della razza” era l’ultima possibilità di sopravvivenza! Il socialista ed antifascista avvocato Enzo Paroli accolse nella sua casa la famiglia Interlandi e la custodì per otto mesi, senza badare alle conseguenze che questo gesto avrebbe potuto procurare a se stesso e alla sua famiglia.

Così, il fascista e razzista Telesio Interlandi venne salvato da un avvocato antifascista e socialista.
Leonardo Sciascia, che su questa storia aveva scritto sul Corriere un elzeviro, avrebbe voluto impegnarsi per produrre un racconto civile.

Per Leonardo Sciascia questa storia costituiva l’ultimo, impegnativo approdo di una solida e imperterrita coscienza civile: un’ultima prova, non completata, di un percorso umano ed intellettuale sviluppatosi per lui nel tempo e con tanti soddisfacenti risultati.

La esaltazione della dignità dell’uomo nei tre protagonisti di questa storia riguardava solo due: Leonardo Sciascia e l’avvocato Enzo Paroli.



(Apparso anche su facebook e su La Sicilia del 24 novembre).
Zino Pecoraro