ZINO PENSIERO: DELLA COPERTINA DI UN LIBRO CHE RAFFIGURA UNO SGUARDO TRISTE E MALINCONICO
Chi legge e poi scrive ha sempre degli angoli confusi e disordinati – ammesso che il disordine apparente non sia, al contrario, “un ordine superiore” – dove sono collocati i libri, visto che ormai le librerie sono completamente sature: i ripiani comprendono la doppia o tripla fila. I libri, certe volte, sono accatastati: la catasta segue di solito un naturale ordine cronologico, perché i libri sono depositati secondo la casuale vicenda temporale.

Talvolta, succede però che, nel quotidiano rimestio, i libri, che erano rimasti nel posto della iniziale collocazione, compiano delle imprevedibili, silenziose, subdole manovre; in realtà essi non sono dotati di volontà propria, non sono capaci di imporsi all’attenzione del leggente: forse intimamente vorrebbero farlo; ma ciò non è possibile. Restano immobili: come l’abbiamo lasciati!
Ma può succedere che la ricerca di un testo maldestramente riposto e ricoperto da altri volumi produca un rimescolamento generale: i libri che erano sotto emergono a scapito degli altri che prima si offrivano con seducente appeal alla attenzione generale. In questo modo sembra che i libri si offrano all’attenzione del lettore: lo cerchino!

E’ la stessa situazione che Pirandello descrive nella novella “La tragedia di un personaggio”. Tanti personaggi si presentano allo scrittore, quando egli dà loro udienza: egli ne accetta qualcuno e molti ne rifiuta.
La tragedia dei personaggi, che si offrono all’autore, consiste proprio nel fatto che loro non possono continuare a stare nel limbo del non-scritto, hanno bisogno della carta, di una penna o macchina da descrivere (non PC nel caso specifico di Pirandello!): insomma la loro esistenza ha necessità indispensabile della carta; essi possono vivere solo nel “mondo di carta”, come è il titolo di un’altra novella pirandelliana.

Nel caso specifico, che stiamo raccontando, non si tratta di personaggi, ma di un libro che nella copertina espone a tutta pagina la foto dell’autrice, di una poetessa tormentata: Antonia Pozzi. Il volto adolescenziale, i capelli scuri, uno sguardo espressivo e intenso, una posa del volto caratterizzato da una forte malinconia; gli occhi come se ti stessero spiando o anche interrogando.
Per tanti giorni, quello sguardo, affiorato improvvisamente e casualmente dalla massa dei libri, ha richiamato la mia attenzione: era come se mi seguisse nell’attraversamento della stanza, come succede a quei ritratti o a quelle statue che sono raffigurati intenzionalmente in una posa che dà l’impressione che gli occhi, lo sguardo seguano chi li osserva.

Antonia Pozzi, con lo sguardo della fotografia, come uno dei personaggi pirandelliani in attesa della grazia di entrare nel “mondo di carta”, mi seguiva nel mio rapido e distratto passaggio.
Finalmente mi sono fermato a guardare quel volto, che io non ho conosciuto di presenza, anche se ho avuto la possibilità di visitare i luoghi che in vita le furono cari e ai quali alla fine volle consegnare il suo corpo. Sempre la lettura dei suoi versi, come avviene di solito quando si leggono le parole di poeti che hanno voluto avere un destino analogo, dà un’emozione in più, comprende una profonda partecipazione emotiva.

E’ come se, nei casi analoghi al suo, il destino voluto e conseguito aggiunga ai versi una carica ulteriore di significato: la drammatica esperienza del vivere e del non vivere.
Un suo testo di stridente attualità: “Le donne. In urlo di sirene/una squadriglia/fiammante spezza il cielo //Rotte tra case affondano/le campane.//S’affacciano le donne/a tricolori abbracciate;/gridan coraggio/nel vento/i loro biondi capelli.//Poi,/occhi si chinano spenti.//Nella sera/guardan laggiù il primo morto/disteso sotto le stelle.” (Antonia Pozzi, Parole, 3 ottobre 1935).


Pubblicato su La Sicilia del 02 02 2020 e facebook.
Zino Pecoraro