ZINO PENSIERO: ODORI, CIBO, INFANZIA E MADRI IN "CONVERSAZIONI IN SICILIA" DI ELIO VITTORINI
Esiste anche la funzione memoriale del cibo: i suoi sapori, i suoi odori, tutte le relazionalità che sottendono alla definizione, alla preparazione, alla consumazione del cibo.

Ormai l’abitudine al congelamento e allo scongelamento del cibo ha fatto perdere una fase importante e densa di umori e di odori, quella del confezionamento, delle odorose cucine, nelle quali le mani sapienti delle donne proponevano accostamenti di aromi, di sapori, di assaggi deliziosi, imperdibili: vera gioia del palato.

Ma il cibo si rivolge, oltre che al palato e all’olfatto, anche alla vista: il colore degli ingredienti, la mescolanza dei colori delle materie prime, la loro trasformazione dopo la relativa cottura.
Uniforme e monotono è l’approccio con il cibo distribuito nei fast food; allettante e gradito quello delle cucine delle nonne e delle mamme, specie nelle occasioni speciali.

Attraverso un riferimento al cibo con i suoi aspetti visivi, olfattivi e gustativi si può costruire un interessante percorso memoriale, come avviene in “Conversazione in Sicilia” di Elio Vittorini (1941).
Una full immersion di Silvestro, personaggio protagonista del romanzo che ritorna in Sicilia, l’isola che l’ha visto nascere e crescere, per ridare vigore ai suoi stremati ideali, oltre che per conferire vitalità alla sua sete di ribellione e di giustizia in un periodo storico in cui le esplicite ribellioni costavano care a chi se ne rendeva protagonista.

Silvestro ritorna nella sua isola.
A Villa San Giovanni compra del pane e del formaggio, un formaggio particolare “bianco eppur aspro, e antico, coi grani di pepe come improvvisi grani di fuoco nel boccone”.
Dagli ingredienti naturali del cibo si sprigiona un’estasi memoriale che fa riferimento ai luoghi della sua terra, ad una sorta di improprio cortocircuito tra la memoria, il gusto e l’olfatto: non si può negare che il cibo in questo caso rappresenti uno strumento narrativo, che aiuta lo scrittore e poi il lettore a riscoprire in sé la propria identità: “ … mangiavo sul ponte pane, aria cruda, formaggio, con gusto e appetito perché riconoscevo antichi sapori delle mie montagne, e persino odori, mandrie di capre, fumo di assenzio, in quel formaggio.”

Spettatori di questa performance alimentare sono dei siciliani, compagni di viaggio, umili raccoglitori di arance, che sono in parte retribuiti per il loro lavoro con un certo quantitativo di arance: in questo caso, il cibo – le arance – diventa una sorta di atavica condanna alla monotonia alimentare, oltre che la negazione di ogni diritto alla giusta paga.

Uno di quei contadini addenta una di quelle arance con un gesto dantesco – come quello del Conte Ugolino – per dimostrare così la sua rabbia impotente contro il destino suo e della sua famiglia, con una punta di invidia per chi si poteva consentire il ben più gustoso formaggio col pane. “Se uno non vende le arance non c’è il pane.

E bisogna mangiare le arance … Così, vedete?”.
Il cibo mangiato da Silvestro diventa un leitmotiv, una sorta di cantilena o giaculatoria, una parola convenuta per fare emergere una identità comune: “ … Non c’è formaggio come il nostro, - io dissi. “

L’incontro tra Silvestro e la madre Concezione Ferrauto avviene su una proustiana scia che emerge nel riconoscimento dell’odore dell’aringa arrostita.
Il solo odore guida il giovane verso la casa della madre: ritorno alla madre e ritorno alla propria infanzia. “Respiravo l’odore dell’aringa, e non mi era indifferente, mi piaceva, lo riconoscevo odore dei pasti della mia infanzia …”

Il desiderato abbraccio filiale con la madre si realizza con una sorta di rosario laico e di immersione in una gustosa e malinconica elencazione di cibi che costituisce un bagaglio comune di esperienza alimentare che lega due o più esseri umani, abituati da una lunga e ripetuta ritualità di nutrimento con alcune, definite pietanze.

“… Aringhe d’inverno e peperoni d’estate. Era sempre il nostro modo di mangiare. Non ti ricordi?”.
“ … e le fave coi cardi … le lenticchie cucinate con la cipolla, i pomodori secchi, e il lardo … e un rametto di rosmarino …”.
La madre rievoca con nostalgia il suo antico ruolo: “Tutti voi passerotti, - disse mia madre. – Con le vostre teste piene di capelli, e il muso nero, le mani sempre nere … E subito domandavate: ci sono le lenticchie oggi, mamma?”



Apparso anche su internet e su La Sicilia di 11 ottobre 2020
Zino Pecoraro