settembre 2022
ZINO PENSIERO: BENEDETTO CROCE, IL CRITICO MALTRATTATORE DI GIOVANNI PASCOLI
La funzione del critico è sempre soggetta – in qualche modo – ad una soggettiva valutazione, perché troppo determinanti sono le personali inclinazioni di chi giudica. Inoltre, gli argomenti scelti dagli autori possono trovare generosa accoglienza o drastico rifiuto.

Si sa che in questi ultimi anni si è sviluppata una vera e propria consorteria degli scrittori esordienti, che si imbattono per una naturale esigenza in editori esordienti e in critici esordienti: un generalizzato e diffuso esordire.

L’editoria è una attività commerciale come le altre: l’imprenditore mette a repentaglio il suo peculio e spera di trarre guadagno da questo suo investimento. La consorteria degli scrittori fa la sua parte: ognuno ritiene che le pagine che scrive siano sempre e, comunque, eccellenti; altrimenti non compirebbe il gesto di rivolgersi all’editore, al contrario di tanti che tengono chiusi nel cassetto i loro manoscritti. In effetti, esiste una pletora di scrittori accompagnata anche da una pletora di lettori e di estimatori.

Se si dovesse giudicare un testo letterario in prosa, (meglio chiudere il discorso sulla poesia!), in base ai dati di vendita, ci sarebbero sorprese eclatanti: un premio Nobel sarebbe superato nelle vendite da uno scrittore nazionale, che, dalla sua parte, aveva goduto del privilegio della riduzione televisiva dei suoi testi.

Certo, gli estimatori di quest’ultima tipologia di scrittore non potrebbero annoverare, tra le proprie competenze, una specifica metodologia critica.

La più diffusa categoria ermeneutica si riduce alla semplice e disarmante dichiarazione: quel libro mi piace.

Questo appunto sulla metodologia critica non si può certo rivolgere a Benedetto Croce, che non solo praticò, su basi solide, il suo metodo critico, ma anche non esitò a redigere con precisione una spiegazione filosofica delle ragioni della sua critica: la teoria, prima di tutto, e poi la pratica.

Ma nel suo saggio critico su Giovanni Pascoli mostra un certo livore ed una certa spicciola polemica contro alcuni aspetti del tutto innovativi che sono presenti nella produzione pascoliana. “Si può ammettere che, in alcuni dei suoi volumi ultimi, siano componimenti che mostrano i suoi difetti cresciuti a tal grado da rasentare la stravaganza: nei Canti di Castelvecchio, un ritornello piglia a rifare onomatopeicamente il vagito del neonato (Ov’è, ov’è’?); nei poemetti aggiunti, è quell’orrida Italy, col gergo angloitalico degli emigranti reduci dall’America.” (B. Croce, Giovanni Pascoli, Studio critico, Laterza, 1947, p. 46).

In realtà, perfino nei testi scolastici il poemetto Italy è sommamente rivaluto proprio in virtù di questo suo linguaggio mescidato, che rende realisticamente il modo stesso di parlare degli emigrati.

Il narratore-poeta in Italy si serve di questo stesso linguaggio mescidato per conferire al suo testo l’impronta realistica del parlato. In un altro passo del saggio, Croce, più spostato verso Carducci e D’Annunzio, maramaldeggia sul povero Giovannino (e ancora più avanti scrive una boriosa filippica contro Pascoli stesso per il fatto che il poeta, afflitto dalla nostalgia, in un testo usa il vezzeggiativo Zvanì, col quale era chiamato dalla madre): “Il Pascoli … uno strano miscuglio di spontaneità e di artifizio; un grande-piccolo poeta, o, se piace meglio, un piccolo-grande poeta (così come, in una delle sue poesie, la terra a lui apparisce un “piccoletto-grande presepe”!).” (Croce, cit. p. 58).
Curiosa è, alla fine, la piccola ed effimera polemica che Croce rivolge a Pascoli a proposito delle correzioni che il poeta di San Mauro segnalava in alcune poesie leopardiane che facevano riferimento a piante o ad uccelli.

“Esamina il Sabato del villaggio del Leopardi, e trova indeterminato e vago il verso “un mazzolin di rose e di viole”; e avrebbe desiderato maggiore precisione per essere in grado di stabilire a quale mese dell’anno si riferiva il poeta con la sua descrizione; corregge altrove il Leopardi, che accenna al canto degli usignoli, notando che nella valle di Recanati si odono invece le cinciallegre.” (Croce, cit., p. 63).

Il fatto era che Giovanni Pascoli conosceva bene il mondo del lavoro dei campi, i riti, l’alternarsi delle colture: facevano parte del suo patrimonio di conoscenze e di esperienza. In più, era un esperto cultore di ornitologia, se nella sua enorme biblioteca furono trovati anche trattati di ornitologia.


Apparso anche sul Giornale di Sicilia del 3 luglio.
Zino Pecoraro

 
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