ZINO PENSIERO - LA STORIA DI ULISSE NEL TEMPO: GLI ULISSI
La figura di Ulisse ha affascinato sempre gli scrittori.
Nell’Iliade egli non è un eroe della guerra, della lotta; si spende pure nell’esercizio delle armi, ma questo campo non è il solo della sua poliedrica personalità.
L’invenzione geniale della sua “calliditas” è, nell’Iliade, il cavallo di legno, in cui si nascondono i più validi combattenti greci, compreso lui.

Mentre molti eroi combattenti dell’esercito greco concludono la loro vicenda o con la morte sul campo o con il ritorno in patria, Ulisse è destinato a proseguire la sua esistenza con un supplemento di impegno e di fatica: l’Odissea.
Tutte le varie tappe dell’esperienza odeporica di Odisseo sconfinano nel mito e hanno per protagonisti l’eroe e i suoi compagni.

Dopo la normalizzazione della vita sociale nell’isola di Itaca, Ulisse vi trascorre la sua vita. Questa è la conclusione del poema: “O generoso /Così la Diva, di Laerte figlio/ Contienti, e frena il desiderio ardente /Della guerra, che a tutti è sempre grave, /Non contro a te di troppa ira s’accenda /L’ampioveggente di Saturno prole. /Obbedì Ulisse, e s’allegrò nell’alma. /Ma eterno poi tra le due parti accordo /La figlia strinse dell’Egioco Giove /Che a Mentore nel corpo, e nelle voce / Rassomigliava la gran Dea d’Atene.” (Omero, Odissea, Lib. XXIV, VV. 686- 695).

Un Ulisse con caratteristiche del tutto diverse è quello raffigurato da Dante nel XXVI canto dell’Inferno.
Per Dante Ulisse diventa l’entusiasta ricercatore della verità, l’indefesso navigatore che vuole scoprire qualcosa di nuovo e percorrere rotte mai prima tentate, per diventare “del mondo esperto”. E a tale scopo, coinvolge la “compagna picciola”.

Nell’Inferno Ulisse rievoca la sua esperienza: “né dolcezza di figlio, né la pieta / del vecchio padre, né ‘l debito amore /lo qual dovea Penelopè far lieta …/ (Inferno, XXVI, VV. 94-96) riuscirono a fermare la sua intraprendenza che lo spinse ad iniziare imprese mai prima tentate, come l’attraversamento della Colonne d’Ercole. Ma all’uomo non è concesso di attraversarle.

All’Ulisse dantesco, fortemente condizionato dalla “virtute e canoscenza” in una condizione di spirito e di sensibilità preumanistica, spetta l’infrazione della legge posta da Ercole. Così avviene! La sorpresa gioiosa della scoperta del “Nuovo Mondo” è narrata in una terzina mirabile: “Tutte le stelle già de l’altro polo / vedea la notte, e ‘l nostro tanto basso, / che non surgea fuor del marin suolo. //”. Ma “Il volo” di Ulisse è “folle”; lui e i suoi compagni sono travolti da un “turbo” che li sommerge tutti. Si inabissa con loro anche il sogno “moderno” di infinita “canoscenza”.

Il poeta novecentesco Pascoli attribuisce ad Ulisse una sensibilità diversa. “E per nove anni al focolar sedea, /di sua casa, l’Eroe navigatore: /ché più non gli era alcun error marino /dal fato ingiunto e alcuno error terrestre. /Sì, la vecchiaia gli ammollia le membra /a poco a poco.” (G. Pascoli, Tutte le poesie, L’ultimo viaggio, p. 545). Ulisse non resiste più alla totale inattività e all’attesa della morte.

Con i suoi compagni, che, fiduciosi, avevano atteso questo momento, prende la decisione di riprendere a navigare e, quasi in una sorta di riavvolgimento filmico, tutti ripercorrono i più significativi episodi, di cui sono stati protagonisti nell’Odissea.
Ma, adesso lo scenario è mutato: le Sirene, Polifemo, l’isola dei Lotofagi hanno adesso una conformazione diversa rispetto agli analoghi episodi del poema.
Le Sirene non seducono più con il loro canto; addirittura, lo attirano semplicemente contro gli scogli e la nave va a sfracellarsi.

Il moderno eroe omerico, prima che anche lui conosca la fine dei suoi giorni, chiede alle Sirene: “E s’ergean su la nave alte le fronti, /con gli occhi fissi, delle due Sirene. /- Solo mi resta un attimo, Vi prego! /Ditemi almeno chi sono io! chi ero! - /E tra i due scogli si spezzò la nave.” (G. Pascoli, op. cit., p. 567). Il mare azzurro lo spinse per nove giorni e notti, fino a depositare il corpo nell’isola di Calipso. Ora la Dea Calipso: “… avvolse l’uomo nella nube / dei suoi capelli; ed ululò sul flutto /sterile, dove non l’udia nessuno: / - Non esser mai! non esser mai! più nulla, /ma meno morte, che non esser più! – “(G. Pascoli op. cit., p. 568).





Apparso anche in internet e su la Sicilia del 27 febbraio 2022.
Zino Pecoraro